RAPPORTO AMNESTY INTERNATIONAL 2020-2021

Rapporto Amnesty: quando la Pandemia travolge gli ultimi diventa un’alleata dei regimi

Rapporto Amnesty International: in molti Paesi le norme per prevenire il contagio hanno aumentato le disuguaglianze nelle fasce più deboli come migranti e minoranze mentre i regimi le hanno usate per reprimere il dissenso

di Roberto Bongiorni

Agnes Callamard, segretario generale di Amnesty International (Ap)

5' di lettura

Non è stato un anno qualunque , il 2020. Dalla Cina la Pandemia di Covid 19 si è subito allargata a macchia d’olio, mettendo il mondo intero in ginocchio. Ha provocato recessioni a catena, ha messo a nudo le criticità dei sistemi sanitari. Ha colpito e sta ancora colpendo tutti gli abitanti del Pianeta; di qualunque nazionalità, sesso, età, classe sociale.

Eppure non è mai stata uguale per tutti. Ancora una volta a pagare il prezzo più alto sono state le fasce più deboli, le minoranza perseguitate, le persone più vulnerabili. Non solo perché sprovviste di meno mezzi per curarsi o senza protezioni di ogni genere. Ma anche perché in non pochi casi la Pandemia si è rivelata per i regimi ed i Governi intolleranti al dissenso uno strumento, tanto straordinario quanto inatteso, per proseguire con maggior forza e le loro politiche repressive e le violazioni dei diritti umani.

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La pubblicazione del rapporto annuale di Amnesty international relativo al 2020 , che contiene un’approfondita analisi sulle tendenze globali nel campo dei diritti umani in 149 Stati, traccia un quadro ancora una volta, e probabilmente ancor più delle altre volte, preoccupante, se non drammatico. «La pandemia ha brutalmente mostrato e acuito le disuguaglianze all’interno degli Stati e tra gli Stati e ha evidenziato l'incredibile disprezzo che i nostri leader manifestano per la nostra comune umanità. Decenni di politiche divisive, di misure di austerità errate e di scelte di non investire nelle traballanti strutture pubbliche hanno fatto sì che in tanti finissero per essere facili prede del virus», ha dichiarato Agnès Callamard, nuova segretaria generale di Amnesty International.

L’impatto sulle politiche migratorie.

L'emergenza ha peggiorato la già precaria situazione di rifugiati, richiedenti asilo e migranti, in alcuni casi intrappolandoli in campi squallidi, escludendoli da servizi o vittime del rafforzamento dei controlli di frontiere, evidenzia Amnesty.

Con la scusa di chiudere il Paese per impedire l’arrivo del virus, molti Governi hanno messo in atto severe politiche di chiusura nei confronti anche dei rifugiati politici.

L’Uganda, per esempio, veniva definito nel rapporto lo stato più ospitale del continente africano. Sul suo territorio ospitava circa 1,4 milioni di rifugiati. Ma quando è scoppiata la Pandemia ha chiuso immediatamente le frontiere. Senza far sconti a nessuno. Altri Paesi con politiche migratorie aperte hanno compiuto una drastica inversione di rotta.

Covid; un pretesto per portare avanti le repressioni

A preoccupare di più è forse il giro di vite effettuato da alcuni regimi e Governi intolleranti al dissenso. In altre parole hanno portato avanti le loro politiche repressive con la scusa, anzi con il pretesto della Pandemia.

Restrizioni severe alla libertà di circolazione, utilizzo di moderne tecnologie, ufficialmente per monitorare ma in pratica metodi per spiare ogni movimento e stroncare il dissenso alla nascita.Insomma «la Pandemia è stata un alleato in più per proseguire le politiche repressive», ha aggiunto Emanuele Russo , presidente di Amnesty International Italia, durante la conferenza stampa. «Altri sono andati persino oltre, intravedendo la possibilità di rafforzare il loro potere. Invece di sostenere e proteggere le persone, hanno semplicemente usato la pandemia come un’arma per attaccare i diritti umani», ha accusato Callamard.

E questo è accaduto un po' dappertutto. Nel cuore dell'Unione Europea, nell’Ungheria dell'autoritario primo ministro Viktor Orbán. Il quale non ci ha pensato due volte per modificato il codice penale e introdurre pene fino a cinque anni di carcere per «diffusione di informazioni false» sulla Pandemia.

Spostandoci nel Golfo Persico, un’area dove le monarchie arabe sunnite hanno più volte portato avanti violazioni dei diritti umani su larga scala. Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Oman hanno usato la Pandemia come pretesto per continuare a sopprimere il diritto alla libertà d’espressione. Sono stati così avviati, spiega Amnesty International nel suo rapporto «procedimenti penali per “diffusione di notizie false” ai danni di persone che avevano pubblicato sui social media commenti critici nei confronti della risposta sanitaria dei rispettivi governi».

La pandemia si è rivelata altre volte come un pretesto servito su un piatto d'argento per autorizzare, o incrementare, un uso eccessivo della forza da parte delle forze dell’ordine.

Nell'elenco di chi ha seguito questo filone non poteva mancare il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte. Non nuovo ad annunci shock, ha pubblicamente dichiarato di aver ordinato alla polizia di uccidere chi protestava o chi causava “problemi” durante le misure di quarantena.

Anche in quel Brasile, straziato da una pandemia particolarmente aggressiva (ieri i morti sono stati quasi 4.200) il presidente Jair Bolsonaro ha fatto in modo che le forze di polizia avessero ancor più mano libera di quanto già ne avevo avuta nel reprimere il crimine, e non solo. «In Brasile tra gennaio e giugno del 2020 sono stati uccise 3.181 persone che chiedevano azioni contro la pandemia di Covid-19, di questi il 79% erano neri delle Favelas» ha precisato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty international.

«Alcuni leader hanno fatto persino di più, usando l’elemento distraente della pandemia per stroncare critiche estranee al virus e commettere ulteriori violazioni dei diritti umani mentre il mondo guardava altrove. In India il primo ministro Narendra Modi ha inasprito la repressione contro gli attivisti della società civile, anche attraverso raid nelle abitazioni, con la scusa della lotta al terrorismo. In Cina il governo di Xi Jinping ha proseguito a perseguitare gli uiguri e le altre minoranze musulmane del Xinjiang e a Hong Kong ha fatto entrare in vigore una legge sulla sicurezza nazionale dai contenuti vaghi e generici per legittimare la repressione politica», continua il rapporto.

Qualche segnale di speranza nella tempesta.

In questo quadro drammatico c’è stato tuttavia qualche spiraglio di speranza. «Il 2020 è stato un anno terribile per i diritti umani, ma anche un anno di movimenti popolari coraggiosi, fatti da uomini, donne ed esponenti della Comunità Lgbt sempre più determinati e che hanno ottenuto conquiste importanti», ha precisato di Riccardo Noury, citando subito to il caso virtuoso del Sudan, che «prosegue il cammino intrapreso nel 2019 per rafforzare le garanzie sui diritti» ma anche quello della Danimarca, che «accogliendo la campagna di Amnesty, ha approvato la legge che stabilisce che il sesso, senza consenso, è stupro».

In crescita la violenza di genere e la violenza domestica

Il rapporto 2020-2021 evidenzia un profondo aumento della violenza di genere e della violenza domestica: a causa delle limitazioni di movimento, molte donne e persone Lgbti hanno incontrato maggiori ostacoli nella ricerca di protezione e sostegno; l’assenza di meccanismi confidenziali di denuncia e la diminuzione, se non la sospensione, dei servizi dedicati hanno lasciato le vittime sole in balia di soggetti violenti.

Chi ha dunque subito di più le conseguenze negative della pandemia sono i gruppi che già erano penalizzati. Sin dall'inizio della ‘pandemia hanno visto un aumento esponenziale della violenza nei loro confronti

Nel 56% dei 149 Paesi monitorati i provvedimenti assunti dai Governi relativi al Covid-19 hanno avuto un impatto discriminatorio su gruppi già marginalizzati

Insomma, il 2020 sarà ricordato come un annus horribilis non solo per la Pandemia, e le disastrose conseguenze economiche e sociali che sono seguire. Ma anche su come è stata gestita e su come è stata perfino strumentalizzata per secondi fini.

Le parole utilizzate all'inizio della conferenza dal presidente di Amnesty International Italia, Emanuele Russo possono essere usate con efficacia come sintesi finale di un mondo che non si è comportato certo in modo virtuoso. «La pandemia è una sfida eccezionale, tuttavia, fino ad ora non c’è un governo o un capo di Stato che abbia dimostrato di essere eccezionale come la situazione avrebbe richiesto».

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