economia e beni culturali

Rapporto Federculture 2018, cresce la spesa in cultura ma scarsa la partecipazione

di Roberta Capozucca


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4' di lettura

Il 22 ottobre è stato presentato alla Camera di Commercio di Milano“IMPRESA CULTURA”, il Rapporto redatto da Federculture che ogni anno fa il punto sul sistema dell'offerta e della produzione culturale in Italia. Per la sua 14ª edizione, il Rapporto si è concentrato sul tema della gestione culturale e di quei soggetti che gestiscono musei, beni e attività culturali con l'obiettivo di efficienza, efficacia e con il fine ultimo di favorire la pubblica fruizione della cultura. Sebbene il Rapporto metta in evidenza i molti segnali positivi che arrivano dal settore, ci ricorda anche quanto ancora c'è da fare, soprattutto, in merito alla fruizione e alla partecipazione della vita culturale dei cittadini.
I dati raccolti nel Rapporto da un lato indicano una crescita dei consumi culturali, in ripresa per il quarto anno consecutivo dopo il crollo del 2012-2013, ma allo stesso tempo segnalano forti disparità nelle diverse aree geografiche del nostro Paese. Per il 2017, la spesa culturale delle famiglie Italiane per il teatro, cinema, musei e concerti vale in totale 31 miliardi di euro in aumento del 3,1% rispetto all'anno precedente. Ma la stessa spesa culturale, nelle regioni del Nord Italia è mediamente superiore ai 150 euro al mese, mentre nel Sud scende intorno ai 90 euro, con gli estremi opposti del Trentino Alto Adige dove si spendono 191 euro al mese e della Sicilia dove se ne spendono 66. Un divario definito dal ministro dei Beni e Attività Culturali Alberto Bonisoli nel suo intervento: “un vero problema: la dimostrazione che l'Italia è un Paese che ha delle linee di faglia e grosse tensioni interne. Per questo abbiamo pensato a una manovra economica che ha l'obiettivo di far ripartire l'economia ma anche di andare in contro tendenza rispetto a questa separazione dell'Italia a due velocità”. Confrontando, inoltre, i dati dell'Italia con quelli dell'Eurozona, emerge che la spesa in cultura delle famiglie italiane è al di sotto della media europea e ben lontana da paesi più virtuosi: 6,6% per l'Italia sul totale dei consumi generali contro l'8,5% europeo, con la Svezia che si contraddistingue per un totale dell'11% (dati Eurostat 2016).

SPESA MEDIA MENSILE DELLE FAMIGLIE ITALIANE PER REGIONE NEL 2017 In euro
COMPOSIZIONE DELLA SPESA DELLE FAMIGLIE ITALIANE PER RICREAZIONE E CULTURA

2017 (<b>Fonte: Dati “Impresa Cultura. Comunità, Territori, Sviluppo”)</b>

COMPOSIZIONE DELLA SPESA DELLE FAMIGLIE ITALIANE PER RICREAZIONE E CULTURA


SPESA DELLE FAMIGLIE EUROPEE PER RICREAZIONE E CULTURA

Incidenza % sulla spesa totale, 2016 (Fonte: Dati Eurostat National accounts )

SPESA DELLE FAMIGLIE EUROPEE PER RICREAZIONE E CULTURA

Dati critici anche rispetto alla partecipazione culturale: il 38,8% degli italiani è inattivo culturalmente, con picchi dell'80% per quanto riguarda il settore teatro, e del 90% per i concerti classici. Come per la spesa i dati più allarmanti si registrano nel Mezzogiorno, dove l'inattività culturale riguarda 8-9 cittadini su 10. Proprio in questo contesto, Federculture sottolinea l'urgenza di un impegno concreto per incentivare la partecipazione dei cittadini sia sotto l'aspetto della fruizione, rendendo sempre più accessibili i luoghi della cultura e sostenendo i consumi delle famiglie attraverso politiche di defiscalizzazione mirate, sia educando i cittadini a prendersi cura del patrimonio. In quest'ottica, il Rapporto è un'occasione per rinnovare l'appello al nuovo Parlamento per una rapida ratifica della Convenzione di Faro che, riconoscendo l'eredità culturale tra i diritti dell'individuo, promuove una nuova visione del rapporto tra il patrimonio culturale e le comunità che lo custodiscono e ne rimarca il potenziale quale risorsa per lo sviluppo sostenibile dei territori.

I musei. Per la prima volta, inoltre, il Rapporto ospita un'analisi dei bilanci delle principali istituzioni museali del nostro paese (fondazioni pubbliche e musei statali autonomi) al fine di evidenziarne le performance in termini di modelli di business e di sostenibilità dell'impresa culturale. I ricercatori hanno lavorato su un campione di 40 istituzioni italiane, composto da 20 musei autonomi e da 20 fondazioni museali sui conti consuntivi 2016-17 pubblicati sui rispettivi siti e si è deciso di criptare i nomi. Cosa è emerso? Il modello prevalente è quello che è stato definito “commerciale”, cioè musei che si reggono quasi esclusivamente sui ricavi commerciali con un significativo grado di autofinanziamento che oscilla tra il 62% delle fondazioni culturali pubbliche e il 75% dei musei statali autonomi. I campioni analizzati rilevano quindi un significativo grado di autofinanziamento rispetto al valore del contributo pubblico, che per il terzo anno consecutivo e dopo una lunga stagione di tagli superiore ai 2 miliardi di euro; anche nel previsionale del 2018 il Mibac ha previsto uno stanziamento di 2,4 miliardi di euro.
Sempre in merito ai musei italiani, il dato più critico riguarda la poca capacità di attrarre contributi provenienti da soggetti privati; si riconfermano invece le fondazioni bancarie come maggiori contribuenti delle istituzioni culturali italiane che nel 2017 hanno erogato 27 milioni di euro di finanziamenti a favore dei territori, il 9% in meno rispetto all'anno precedente. Per quanto riguarda le fondazioni analizzate si riscontra che i contributi rappresentano in media l'11% dei proventi complessivi, mentre nel caso dei musei statali l'incidenza dei contributi privati si attesta di poco sopra il 3%. Per comprendere la situazione, basta confrontare questi dati con le principali istituzioni museali europee: il Louvre nel 2017 ha ottenuto 19 milioni di euro dalla raccolta fondi privati, la Tate Modern 34,3 milioni di sterline e il British Museum 23,3 milioni di sterline.

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