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Rapporto Mueller: Trump, tutti i legami con Mosca, il ruolo di Wikileaks e le pressioni per insabbiare l’inchiesta

di Marco Valsania


Mueller: 11 casi di possibile intralcio giustizia di Trump

3' di lettura

New York - I democratici alzano il tiro contro Donald Trump sul Russiagate. La Commissione Giustizia della Camera, guidata dal leader dell’opposizione Jerrold Nadler, ha inviato all’amministrazione una richiesta di consegna dell’intero rapporto sul Russiagate di Robert Mueller entro il primo maggio. In versione cioè integrale, senza censure e con allegati tutti gli elementi di prova sottostanti.

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È una decisione che assicura che lo scandalo rimarrà al centro della battaglia politica americana come mai accaduto forse dal Watergate. La mossa di Nadler – e dei democratici – appare indicativa dell’intenzione di perseguire infatti, a questo punto con aggressività, le indagini parlamentari sulla Casa Bianca. «Le censure appaiono significative», ha ammonito Nadler parlando del Rapporto. Anche se non è chiaro se la crociata dell’opposizione potrà portare a tentativi di impeachment del Presidente, oppure se le indagini verranno utilizzate quale arma nella campagna elettorale per il 2020.
Una cosa appare certa: la stessa opposizione è parsa sorpresa dalla potenziale gravità di quanto emerso dalle 448 pagine del rapporto . Che se non raccomanda nuove incriminazioni, nè di Trump nè di suoi stretti collaboratori, elenca ampi e numerosi contatti con emissari russi e molteplici istanze di sforzi per mettere a tacere l’inchiesta del procuratore speciale Robert Mueller.

I rapporti con Mosca
Il rapporto non trova prove di reati di cospirazione con la Russia da parte dei Trump o della sua campagna. Ma i russi, in una della maggiori rivelazioni del rapporto, sono riusciti a far si che collaboratori di Trump - compreso il figlio minore dell’attuale Presidente, Eric - disseminassero e amplificassero i messaggi ideati da Mosca e dai suoi servizi di intelligence. Tra i quali ci sono anche documenti ed email sottratte al partito democratico.
Lo stesso ministro della Giustizia William Barr nella sua conferenza stampa in difesa di Trump ha dichiarato semplicemente che diffondere o pubblicare simili materiali non è reato se chi lo fa non ha partecipato al crimine sottostante di hacking dei documenti.
Tra le rivelazioni del Rapporto, il New York Times ha contato almeno 140 controversi contatti avvenunti tra Trump e i suoi consiglieri e esponenti legati al Cremlino oppure a WikiLeaks, usata da Mosca per rendere nota la documentazione.
Il Rapporto rivela anche come Trump avesse ordinato al suo consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn di trovare email cancellate da Hillary Clinton quando era Segretario di Stato e considerate potenzialmente imbarazzanti. Flynn di conseguenza aveva preso numerosi contatti a questo scopo.
Trump negò inoltre negoziati di business con la Russia da parte della sua organizzazione mentre questi erano invece in corso. Nè il Cremlino nascose la sua soddisfazione per il successo di Trump alle urne: un finanziere vicino a Mosca ricevette un messaggio da un alleato che recitava, «Putin ha vinto».

L’ostruzione
Gli episodi legati a sforzi, dietro le quinte, per far deragliare l’inchiesta sono a loro volta numerosi. Spesso sono stati frustrati in realtà solo dalla resistenza di esponenti della stessa amministrazione a eseguire i comandi del Presidente, nel timore di violare la legge.
Tra i momenti più significativi e documentati, emerge l’ordine dato da Trump nel giugno del 2017 di licenziare lo stesso Mueller. Un ordine riferito all’allora consigliere legale della Casa Bianca, Donald McGahn II. McGahn resistette però a un’arringa di 23 minuti di Trump e non si mosse contro Mueller, minacciando semmai di rassegnare le dimissioni.
Pochi giorni dopo Trump chiese a un altro collaboratore, l’ex maganer della sua campagna elettorale Corey Lewandowski, di ordinare all’allora Ministro della Giustizia Jeff Sessions di chiudere le indagini e allontanare Mueller. Lewandowski non trasmise mai quell’ordine.
Trump chiese successivamente e apertamente a McGahn anche di mentire in pubblico sulla propria richiesta di cacciare il procuratore speciale Mueller. McGahn rifiuto’ anche questa volta. Trump avrebbe poi chiamato McGahn un «bastardo e bugiardo».

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