sanità

Rapporto Oms: migranti hanno diritto a cure e non aumentano malattie

di Barbara Gobbi

Strage migranti nell'Egeo, morti 5 bambini


4' di lettura

«L’esame di circa 13.000 documenti sanitari provenienti dai Paesi della Regione Europea dell’Oms dimostra che non c’è un aumento della trasmissione delle malattie infettive da parte della popolazione migrante. Che presenta tassi di mortalità più bassa per patologie come i tumori - per noi la più grande emergenza dal punto di vista dei decessi - ma acquisisce problemi di salute del territorio dove va ad abitare ».

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Così la ministra della Salute Giulia Grillo getta acqua sul fuoco sempre alimentato dall’equazione tra arrivo di popolazione straniera e ritorno di nuove o vecchie malattie contagiose.

L’occasione è fornita dalla presentazione oggi a Roma, al ministero, del primo Report sulla salute dei rifugiati e dei migranti nella regione europea dell’Organizzazione mondiale della Sanità. Prodotta dal “Migration and Health Program” dell’Oms Europa, l’indagine - cui ha fornito contributo scientifico e supporto finanziario l’Istituto nazionale per la promozione della salute dei migranti e per il contrasto della povertà, fresco di nomina a centro di collaborazione Oms - fornisce sia un’istantanea della salute di rifugiati e migranti sulla base delle evidenze scientifiche sia un quadro chiaro delle risposte al fenomeno da parte dei singoli sistemi sanitari.
«Oltre 50mila persone – si legge nel report - hanno perso la vita da inizio degli anni Duemila nel Mar Mediterraneo. Donne, giovani uomini, adolescenti e minori non accompagnati diventano moderni schiavi, con gravi ripercussioni fisiche e mentali». Parole di fuoco, cui segue il un messaggio cruciale per tutti i Paesi dell’area europea: «Non c’è salute pubblica se non c’è salute dei migranti».

I dati
«Il primo dato che salta agli occhi è che non c’è nessuna evidenza di trasmissione di malattie infettive dai migranti alla popolazione residente. Il secondo è che invece l’impatto con stili di vita del tutto differenti aumenta in chi arriva sia il rischio di malattie croniche cardiovascolari, di cancro e di obesità sia l’insorgere di ansia e depressione. Il terzo è che non siamo affatto davanti a un’orda in arrivo, ma piuttosto in presenza di un fenomeno strutturale demografico, da gestire . E dobbiamo gestirlo al meglio, anche dal punto di vista sanitario». Santino Severoni, direttore ad interim Oms Europa per i sistemi sanitari e coordinatore per la salute pubblica e la migrazione, manda inevitabilmente un messaggio politico: dei 920 milioni di persone che vivono nella Regione europea, si stima che circa il 10% siano migranti. Non un’orda quindi, ma una popolazione rispetto alla quale non ci si può voltare dall’altra parte. Il Rapporto rileva che migranti e rifugiati corrono il rischio di ammalarsi mentre sono in transito o quando sono già arrivati nel Paese di approdo, a causa dei cambiamenti nelle condizioni di vita. E ribadisce che queste persone hanno pari diritti alla salute di qualunque altro essere umano, malgrado, sottolinea Severoni, «nell’atmosfera febbrile che oggi caratterizza il continente i sistemi politici e sociali a fatica affrontino le sfide delle migrazioni in modo umano e positivo».

Le strategie
Quali raccomandazioni dare ai Paesi europei? La parola-chiave che sottende il Report è integrazione. Che dovrebbe passare per due canali prioritari: la prevenzione, a cominciare dai vaccini per i quali resta la raccomandazione di una soglia di copertura al 95%, e la massima inclusione delle persone che arrivano nei servizi di assistenza già esistenti, a partire dalle cure primarie. «Troppo spesso – afferma ancora Severoni – la gestione della prima fase è meramente amministrativa e questo determina un’esclusione dall’accesso alla sanità del Paese. L’Italia è stata una best practice: quando nel 2016 ha ricevuto circa mezzo milione di persone, ha messo in piedi in Sicilia un modello che prevede un doppio livello di screening, sia sulle navi che all’arrivo a terra con eventuale invio a strutture specializzate, se necessario. Questo per dire che lo screening, non imposto ma nel rispetto della persona, è comunque una delle vie da praticare». Poi però, dopo lo sbarco, c’è la vita quotidiana. E qui la raccomandazione che arriva dall’Oms è di potenziare i servizi sanitari, ma anche sociali, già esistenti. Ma servono medici, infermieri, mediatori culturali e in generale personale formato ad hoc, così come va garantito a migranti e rifugiati l’accesso ai farmaci essenziali.
La detenzione nuoce gravemente alla salute
Troppo spesso le strategie già messe in campo dai vari Stati rispondono più a esigenze di sicurezza che di tutela della salute. Tra queste, l’inserimento degli stranieri in piani anti-pandemia e le limitazioni alla mobilità per esigenze di riduzione del rischio. Per non parlare della detenzione: «Secondo le linee guida internazionali – spiega il coordinatore del progetto – il ricorso a centri di detenzione di migranti dovrebbe essere l’ultima spiaggia. Eppure, e malgrado esistano valide alternative, è ampiamente praticato in tutta la Regione Oms. Abbiamo evidenze certe, da anni, che la detenzione produce effetti negativi, a tutto tondo, in termini di esposizione delle persone che la subiscono sia a malattie infettive che a problemi di salute mentale. Nel frattempo le norme internazionali europee e il controllo delle frontiere istigano a una proliferazione incredibile di questi centri. Tutti i Paesi e anche l’Italia, che con la legge Basaglia è stata un modello nel proporre forme alternative alla contenzione in ambiti sensibili come la salute mentale, dovrebbero cambiare rotta. Ne va della salute dei migranti e in prospettiva delle società che li accolgono».

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