Opinioni

Rapporto Pirelli, una lezione di modernità

di Valerio Castronovo


3' di lettura

Era stato salutato dai giornali come il “Manifesto del riformismo imprenditoriale” il Rapporto Pirelli da cui, cinquant’anni fa, nel maggio 1970 aveva preso il via l’operazione volta a ridisegnare lo statuto di Confindustria. Leopoldo Pirelli, quale presidente della Commissione incaricata di elaborare le nuove linee-guida del sodalizio confederale, e Gianni Agnelli erano stati i principali ispiratori del documento, di una cinquantina di pagine, che recava a mo’ di introduzione un capitolo intitolato La società italiana verso il pluralismo.

All’origine dei lavori di un consesso composto da dieci esponenti del mondo imprenditoriale (fra i quali figuravano Renato Buoncristiani e Roberto Olivetti), riunitisi per un anno, dall’aprile 1969, ogni lunedì al trentesimo piano del “Pirellone” a Milano, era stata un’intensa opera di analisi e riflessione che aveva avuto per comprimari la Fondazione Agnelli intitolata al fondatore della Fiat e facente capo a Umberto Agnelli, e il Centro di informazioni politiche e sociali dell’Assolombarda, diretto da Enzo Calabrese.

A Torino s’era venuto così formando un gruppo di giovani imprenditori (con la regia di Enrico Salsa, Renzo Vallarino Gancia e Renato Altissimo) che, di concerto con il Centro Luigi Einaudi, intendeva promuovere una moderna cultura industriale in una società come quella italiana ancora diffidente per misoneismo o per pregiudizi ideologici.

A Milano puntavano allo stesso obiettivo alcuni membri del Comitato di presidenza di Assolombarda come Antonio Coppi, Luigi Crosti e Giuseppe Pellicanò. A loro si era associato lo spezzino Piero Pozzoli, amministratore delegato della società Edilizia Tirreno, che avrebbe poi assunto un ruolo di rilievo negli sviluppi di un’iniziativa che il presidente Angelo Costa, al pari della “vecchia guardia”, riteneva “astratta”, ma a cui aveva comunque lasciato il passo.

D’altra parte, se Gianni Agnelli aveva patrocinato l’idea di immettere, come diceva un «po’ di aria fresca nel vecchio santuario» confindustriale, non solo per via delle sue suggestioni kennediane, ma anche sotto la spinta della contestazione operaia sul punto di esplodere nell’“autunno caldo” nel 1969 nello stabilimento di Mirafiori (come in quello della Bicocca), Leopoldo Pirelli condivideva con lui, seppur in modo meno eclatante come era nella sua indole personale, la medesima esigenza, per il mondo imprenditoriale, di aggiornare i propri orientamenti e di contribuire alla modernizzazione del Paese. «Siamo stati diversi nello stile di vita – egli avrebbe poi ricordato a proposito dei suoi rapporti con l’Avvocato – ma molto vicini nel pensare». Che consisteva, in sostanza, nel cercare di dar vita a un modello di “capitalismo illuminato”, in sintonia con le dinamiche economiche e sociali che stavano delineandosi nelle democrazie occidentali.

Di fatto l’assemblea generale confederale aveva approvato il Rapporto Pirelli presentato al suo giudizio il 15 aprile e che Renato Lombardi (un manager-imprenditore che in passato si era fatto le ossa negli Stati Uniti lavorando alla General Electric) eletto alla presidenza di Confindustria dopo la scadenza del secondo mandato di Angelo Costa, aveva poi cominciato, dal mese successivo, a tradurre in funzione di una riforma statutaria.

In pratica si trattava, da un lato, di modificare la struttura della Confederazione, rimasta per lo più verticistica e gerarchica, così da dar più spazio e voce ai rappresentanti degli associati e, dall’altro, di adottare nuove forme di confronto e dialogo con il potere politico e le organizzazioni sindacali, pur nella rigorosa distinzione dei ruoli, al fine di concorrere a un’ulteriore evoluzione economica e sociale del Paese.

Del resto, questa prospettiva di accreditare la Confindustria come un soggetto in grado di agire come un corpo sociale intermedio, in base a una strategia efficace e coerente, coincise con il varo nel maggio 1970 dello Statuto dei lavoratori approvato dalla Camera a larga maggioranza.

Successivamente, quanto si proponevano gli alfieri del Rapporto Pirelli, ossia che si stabilisse una convergenza d’intenti fra l’imprenditoria privata, gli organismi governativi della programmazione economica e le centrali sindacali, non trovarono – come è noto – un adeguato concreto riscontro. Ma posero le basi che consentirono alla Confindustria di Gianni Agnelli e di Guido Carli di reggere l’urto degli “anni di piombo” e della stagflazione durante la stagione cruciale come gli anni Settanta e di integrare via via nel suo ambito un crescente nucleo di piccole-medie imprese emergenti.

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