Lo spettatore

Ratzinger, il consumismo e la manipolazione

di Natalino Irti

(Robert Kneschke - stock.adobe.com)

2' di lettura

Produzione e consumo governano la nostra vita. O, meglio, la vita stessa è divenuta un “prodotto”: il nascere e il morire, che un tempo “capitavano”, cioè accadevano nella naturalità degli eventi, sono caduti sotto il domino della tecnica. Già intorno al 1970, Joseph Ratzinger, allora professore di teologia nell’Università di Tubinga, avvertiva, con modernissima e schietta sensibilità, la radicale “manipolabilità dell'uomo”. Il quale è producibile tra gli altri innumeri producibili. Il nascere rientra nelle tecniche della produzione; il morire, anch’esso, si affaccia alla volontà dell'uomo e alle sue decisioni. Il fare dell'uomo sta al centro dell’universo: sciolto ormai da ogni rapporto ultraterreno, tutto dispiegato nella sua solitaria capacità produttiva.

La diagnosi di Ratzinger, che aveva tono di dolorosa descrizione, e innalzava di contro alla tecnica la verità della fede e la certezza del credere, giova a illuminare anche altri àmbiti. Nel diritto, le norme sono “prodotte”: le officine parlamentari non conoscono sosta; e ne viene un fluire di leggi, destinate a morire in breve arco di tempo. Nascono e muoiono; sorgono dal nulla e ritornano nel nulla: così predicava ai giuristi Emanuele Severino. Quando si additano a pubblica condanna i “nichilisti”, o tali vengono sospettati taluni severi studiosi, si dimentica che il nichilismo, questo ignorare il “da dove” e il “verso dove”, è tutt’uno con l’idea di “manipolabilità” delle cose e degli uomini. Quotidiano e ossessivo è il consumo di norme, che si spingono a regolare salute dei singoli, rapporti di famiglia, esercizio di attività economiche. Da per tutto si invocano “regole”, e queste sono emanate consumate sostituite.

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Il ritmo del consumo è così intenso che i singoli atti si spengono súbito nell'oblio.

La dimenticanza afferra e avvolge la catena dei consumi, sicché, già nel primo mattino di ogni giorno, si attendono altre notizie, altre immagini, altre merci, altre norme ecc. La dimenticanza, rubandoci o soffocando il passato, ci stringe e ingabbia nel presente, ossia nell'oggi dei consumi quotidiani. E perciò l'individuo, sempre insoddisfatto e avido, trascorre di merce in merce, e tutto riduce a bene consumabile: così si stabilisce una immane correlazione fra il produrre e consumare, e l'uno sospinge e stimola l'altro.

Che cosa può resistere al processo di mercificazione, e quindi ripristinare la stabilità della vita individuale, e scoprire il significato del nostro cammino? Intorno a questa domanda si affannano uomini di pensiero e d'azione, giovani e vecchi; ma non giunge, né può giungere, la risposta, poiché tutti siamo immersi nel nostro tempo, e nessuno è in grado di trarsene fuori e di assumere la distanza del giudizio. Nessuno è propriamente “spettatore”, ed anche chi prova ad esserlo, chi vi impegna le energie più intime, appartiene all'epoca e concorre nel costruirne la fisionomia.

Slegarsi da questo presente è come separarsi da se stessi. Che è sogno e illusione.

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