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Rdc e taglio al cuneo fiscale le prime emergenze del Lavoro

di Pagina a cura diGiorgio Pogliotti, Claudio TucciPagina a cura diGiorgio Pogliotti, Claudio Tucci

 A dicembre termina lo sgravio contributivo del 2% per i lavoratori con redditi fino a 35mila euro annui

4' di lettura

In cima al “dossier lavoro”, per il nuovo governo, c’è il taglio al cuneo fiscale-contributivo, che in Italia, come ha ricordato di recente l’Ocse, ha raggiunto vette insostenibili: siamo al 46,5%, sfioriamo il 50% se aggiungiamo oneri e contributi sociali. Se facciamo riferimento alla massa salariale, poi, saliamo addirittura al 60 per cento.

Taglio al cuneo

C’è una prima scadenza, perché a dicembre termina lo sgravio contributivo del 2% - varato in due tempi dall’attuale governo, prima lo 0,8% e poi l’1,2% - per i lavoratori con redditi annuali fino a 35mila euro: in busta paga il vantaggio arriva fino a 25-30 euro mensili. Per la sola conferma di questo sgravio servono all’incirca 3,5 miliardi. Ma i partiti di centro destra che si apprestano a formare il nuovo governo, nei programmi e nelle prime dichiarazioni ufficiali hanno indicato la necessità di operare tagli più robusti e strutturali, avendo come riferimento la proposta lanciata da Confindustria, vale a dire un taglio choc e strutturale da 16 miliardi del cuneo fiscale per mettere in tasca agli italiani con redditi fino a 35mila euro 1.223 euro (una mensilità di stipendio in più, e per sempre). Si ipotizza di arrivare gradualmente all’obiettivo indicato dagli industriali, ma per farlo vanno reperite le coperture (l’orizzonte per l’intervento è la prossima legge di bilancio).

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Cig e decreto Trasparenza

All’attenzione del nuovo esecutivo ci sono anche l’emergenza Cig, considerato che sempre più settori produttivi sono in grandi difficoltà per il caro energia (l’Inps segnala che nel periodo gennaio-agosto la Cigs è schizzata a +29% sullo stesso periodo 2021), e il decreto Trasparenza. Sugli ammortizzatori sociali, il ministro del Lavoro, Andrea Orlando ha varato una riforma complessiva, in vigore da gennaio, ma già “corretta” dallo stesso governo Draghi diverse volte, con interventi in deroga costati circa 400 milioni. I nodi principali di questa riforma sono i costi per le imprese (oggi in sofferenza) e i rigidi tetti alle durate (diverse imprese hanno esaurito i “contatori” e quindi sono in grande affanno). Per tamponare l’emergenza di questi mesi l’esecutivo Draghi stava studiando una nuova Cig gratuita per i settori più in difficoltà fino a fine anno; ma la misura non è si ancora tradotta in norma di legge. E la palla passa ora al nuovo governo. Quanto al decreto Trasparenza, che ha introdotto nuova burocrazia e oneri per i datori di lavoro (comprese le famiglie), in vigore dal 13 agosto, il grido d’allarme delle imprese - da Confindustria a Confcommercio e Confesercenti- ha richiamato l’attenzione dei partiti del centro destra. Che con il responsabile Lavoro della Lega, Claudio Durigon, hanno subito raccolto l’appello: «Il decreto Trasparenza sarà tra le prime cose che deve essere sistemato dal nuovo governo».

Reddito di cittadinanza

Un altro punto programmatico della nuova maggioranza di centro destra riguarda i correttivi al reddito di cittadinanza, per mantenerlo solo come strumento di contrasto alla povertà. La misura, anche quest’estate, ha avuto un effetto “spiazzamento” sul mercato del lavoro: larga parte del terziario non è riuscito a trovare i profili richiesti (il ministro Orlando aveva proposto il cumulo tra Rdc e lavoro stagionale, prevedendo poi un décalage se l’impiego si protrae). Non è mai decollata l’altra gamba, quella legata alle politiche attive. L’ultima fotografia scattata da Anpal è impietosa: alla data del 30 giugno 2022 i beneficiari del reddito di cittadinanza indirizzati ai servizi per il lavoro e ancora in misura sono 920mila, di cui il 71,8% (660mila) è soggetto alla sottoscrizione del Patto per il lavoro e appena il 18,8% (173mila) è occupato. La quota restante si suddivide fra gli esonerati dagli obblighi di condizionalità (7,3%) e i rinviati ai servizi sociali (2,1%). Il governo Draghi ha provato a fare delle piccole correzioni. Nel primo Dl Aiuti è stato previsto che l’offerta di lavoro (congrua) al beneficiario possa arrivare anche direttamente da un datore di lavoro privato (una sorta di “chiamata diretta”) e che l’eventuale rifiuto, che il datore è tenuto a comunicare al centro per l’impiego competente, diventa rilevante anche ai fini della decadenza del beneficio. Ma si è ancora in attesa dei provvedimenti attuativi chiamati a dettagliare le modalità di comunicazione e di verifica della mancata accettazione dell’offerta congrua. Tra le ipotesi di intervento proposte dai partiti di centro destra c’è quella di revocare il sussidio dopo il primo “no” a un’offerta di lavoro congrua (oggi al secondo rifiuto il sussidio viene revocato, in passato si doveva arrivare a tre “no”).

Pnrr e politiche attive

Sul fronte Pnrr è stato avviato il programma Gol (Garanzia di occupabilità dei lavoratori) di rilancio delle politiche attive. Ci sono in ballo nel complesso 4,9 miliardi di fondi Ue; la partita è in mano alle Regioni. Il target Pnrr è raggiungere i 300mila disoccupati entro dicembre, per ottenere la prima tranche di 880 milioni. Al ministero del Lavoro sono convinti che verrà centrato sia il target comunitario, che quello nazionale, più ambizioso perché prevede la presa in carico di 600mila soggetti. Il punto però è che le Regioni stanno marciando in ordine sparso; per ora prevale il semplice adempimento amministrativo; e il coinvolgimento delle più performanti agenzie per il lavoro è ancora troppo basso (al momento passa tutto, o quasi, solo dai poco incisivi centri per l’impiego).

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