moneta e geopolitica

Re dollaro: perché la sfida di Cina, Russia, Iran e Venezuela è destinata a fallire

di Vittorio Da Rold

(© Chmura Frank)

5' di lettura

Parafrasando la celebre frase di Mark Twain in risposta a chi lo aveva dato per prematuramente scomparso possiamo dire che la previsione secondo cui il dollaro potrebbe perdere il suo status di valuta di riserva principale del mondo «è fortemente esagerata».
Parola di Adam Slater, economista di Oxford Economics ed estensore di un ricco report sull’argomento.

Analizzando una selezione di usi internazionali, il dollaro rappresenta tra il 40 e il 60% delle transazioni - una quota che è stabile o addirittura in aumento negli ultimi anni. I potenziali rivali sono molto indietro, l’euro ha frenato la sua ascesa dopo la crisi dei debiti sovrani del 2012, lo yen appesantito dal ventennio di deflazione e in particolare il renminbi cinese, che rappresenta solo l’1-2% delle transazioni. Di conseguenza, sembra improbabile che la supremazia del dollaro sia seriamente minacciata nei prossimi anni. Ma attenzione perché i guadagni degli Stati Uniti dal ruolo globale del dollaro potrebbero anche essere più modesti di quanto si pensi normalmente: qualche decimale di punto percentuale di Pil secondo il premio Nobel Paul Krugman, lo 0,4% del Pil secondo stime della società di consulenza aziendale McKinsey.

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Guardando all’utilizzo del dollaro nel commercio di beni, per un ampio campione di economie, il dollaro rappresenta il 55-60% della quota delle importazioni e circa il 40% del volume dell’export. Queste percentuali sono molto più alte rispetto all’euro (circa il 30-35%) e di gran lunga superiori a quelle dello yen, della sterlina e soprattutto del renminbi (solo l’1% secondo le stime del report di Oxford Economics).

La quota del dollaro USA nelle transazioni commerciali di beni è rimasta sostanzialmente invariata dall’inizio degli anni ’80. Ciò è tanto più notevole vista la tendenza al ribasso della quota degli Stati Uniti nel commercio mondiale passata dal 15% negli anni ’80 all’11% .

L’egemonia nei commerci in Asia e America Latina
Un importante supporto per l’uso del dollaro nel commercio internazionale è la sua posizione egemonica nel commercio in Asia e in molti mercati emergenti. Il dollaro rappresenta circa l’80% del volume delle importazioni in Asia e addirittura il 50-70% nelle economie avanzate dell’area asiatica-Pacifico come il Giappone e l’Australia. Il “biglietto verde” ha una quota di mercato ancora più elevata in America Latina, dovere un certo periodo ci sono state valute legate al dollaro. In parte, ciò riflette il fatto che il dollaro viene utilizzato nel commercio di molti prodotti chiave, incluso il petrolio. Ma il suo uso va ben oltre, estendendo al prezzo di molti manufatti.

La mossa di Cina, Russia, Iran e Venezuela
È vero che la Cina e alcuni esportatori di petrolio come l’Iran, la Russia e il Venezuela si stanno allontanando dall’uso dollaro nelle transazioni di petrolio negli ultimi anni. Ma Oxford Economics stima che le transazioni relative al petrolio rappresentino circa il 10% dell’uso del dollaro nel commercio mondiale. Quindi è improbabile che queste mosse possano scalzare il dollaro come valuta di riferimento delle materie prime e certamente non come valuta di riserva.
In Europa, il dollaro è comprensibilmente meno importante dell’euro. Ma ci sono eccezioni come il Regno Unito, dove il dollaro ha una quota del 40% nella fatturazione delle importazioni e l’euro è usato molto meno. Al di fuori dell’Europa, l’uso dell’euro è molto limitato, generalmente pari al 5-10% dei volumi commerciali.
Passando agli usi del mercato finanziario, l’importanza del dollaro è rimasta relativamente stabile negli ultimi anni. Le quote in dollari delle riserve valutarie globali (62%), delle esposizioni bancarie transfrontaliere (48%) e del debito internazionale (42%) non hanno subito variazioni significative dall’inizio degli anni ’90. Negli ultimi due casi, le quote sono addirittura aumentate negli ultimi anni. La quota dell’euro è molto indietro di circa il 20%, con il renminbi ancora più distaccato al 2% per le riserve valutarie e ad un livello insignificante per il debito.

I pagamenti SWIFT
I dati sui pagamenti internazionali SWIFT mostrano un quadro simile. Il dollaro rappresenta circa il 40% dei pagamenti SWIFT, seguito dall’euro al 34% (compresi i flussi intra-Eurozona) e dalla sterlina al 7%. La quota del renminbi è ancora solo del 2%, sotto lo yen al 3,4% . Infine, il volume del mercato FX è anche dominato dal dollaro con una quota del 44%. L’euro è al secondo posto, ma molto indietro al 16%, e la quota del renminbi cinese è ancora del 2% nonostante gli sforzi di internazionalizzazione degli ultimi anni.

Il peso di Wall Street
Un altro fattore a sostegno dell’uso del dollaro è la dimensione e la liquidità dei mercati finanziari statunitensi. Le obbligazioni societarie denominate in dollari rappresentano circa il 40% del totale globale e i mercati azionari statunitensi rappresentano circa il 40% della capitalizzazione globale del mercato azionario. Il debito pubblico degli Stati Uniti, nel frattempo, è pari a circa il 30% del totale globale.
Fondamentalmente il dollaro sembra non avere un rivale credibile. Barry Eichengreen suggerisce nel suo report intitolato “International Monetary System in flux” tre fattori per una valuta internazionale: dimensioni, stabilità e liquidità . Attraverso questi tre elementi, il dollaro è ben avanti rispetto ai suoi possibili rivali. L’euro è stato in grado di ritagliarsi una posizione significativa ma subordinata come valuta internazionale sin dal suo inizio, inoltre il suo utilizzo come moneta di riserva è stato frenato negli ultimi tempi dalla crisi dell’eurozona del 2012-13, e dal fatto che probabilmente senza il “wathever it takes di Mario Draghi nel luglio 2012 l’unione monetaria avrebbe rischiato l’implosione.

La sfida di Juncker
Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, nel suo ultimo discorso sullo Stato dell’Unione a settembre, ha difeso il ruolo internazionale della valuta unica: “L’euro è diventato la seconda valuta mondiale dopo il dollaro. In un modo o nell’altro 60 paesi agganciano la propria valuta all’euro. Dobbiamo e possiamo andare oltre”. Poi ha aggiunto: “È assurdo che l’Europa paghi in dollari Usa l’80 % della sua fattura per le importazioni di energia – che è pari a 300 miliardi di euro all’anno – quando solo il 2 % circa delle nostre importazioni di energia proviene dagli Stati Uniti. È assurdo, ridicolo, che le compagnie europee acquistino aerei europei in dollari anziché in euro. Bisogna che tutto ciò cambi”. Ed ha annunciato provvedimenti in tal senso.

Le debolezze del renminbi
Quanto al renminbi pesa il fatto che non è una valuta completamente convertibile per le transazioni in conto capitale. Questa è un freno enorme all’espansione del suo uso come valuta internazionale. Inoltre a pesare sulla valuta cinese ci sono la fine del trend di apprezzamento del renminbi (che aveva reso i trader internazionali più felici di detenere moneta di Pechino) e l’inasprimento cinesi dei controlli sui capitali.

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