Clima

Realacci (Symbola): «Dalla sfida climatica un'economia più forte. L'Ue pensi a dazi»

Di fronte alla sfida climatica basta slogan e dilettanti. In Italia imprese e società sono più avanti della politica

di Alessandra Capozzi

4' di lettura

(Il Sole 24 Ore Radiocor) - A pochi giorni dall'aperura di Cop26 le sfide sono tante ma la situazione è migliore rispetto a qualche anno fa, complici la svolta green dell'Ue e il cambio di amministrazione negli Usa.

Ne è convinto Ermete Realacci, presidente di Fondazione Symbola e presidente onorario di Legambiente che, in un'intervista a SustainEconomy.24, il report di Il Sole 24 Ore Radiocor e Luiss Business School, esorta a cogliere la sfida perché fronteggiare la crisi climatica è anche l'occasione di costruire un'economia più forte. A partire da dazi per i prodotti che non rispettano gli standard ambientali europei. E di fronte alla tempesta che abbiamo davanti, basta dilettanti e slogan. Quanto all'Italia, sui temi ambientali, dice, le imprese e la società sono più avanti della politica e possiamo essere protagonisti della sfida.

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Tra pochi giorni si apre la Cop26, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Cosa si aspetta e quali dovrebbero essere le tematiche da portare avanti?

«I temi sono tanti ma si parte da una situazione migliore rispetto a quello che si poteva pensare solo qualche anno fa. Migliore per due motivi. Da un lato, c'è l'Europa che ha scelto con nettezza la sua strada. Dall'insediamento della presidente Ursula Von der Leyen si disse subito che il tema del Green new deal era la chiave per il futuro dell'Europa e qualcuno ha pensato – e forse anche sperato – che la crisi prodotta della pandemia potesse rallentare questo percorso. Al contrario l'Europa ha scelto con grande forza di indirizzare il grosso delle sue risorse, intelligenze ed energie creative proprio su questo tema, assieme alla coesione e al digitale. Quindi è un'idea di Europa che non è legata solo a fronteggiare pericoli legati alla crisi climatica o a dare risposte alla generazione Greta, ma l'idea di un'Europa che cerca un suo posto nel mondo, una sua missione e vuole un'economia forte ma più a dimensione umana. Dall'altro, poi, c'è stato anche il cambio di amministrazione negli Usa, con l'amministrazione Biden, e questo è un altro punto che può giocare un ruolo positivo. Poi i problemi sono tantissimi. Credo che un terreno importante in futuro sarà quello, che la stessa Europa pone, di prevedere dei dazi per i prodotti che non rispettano gli standard ambientali europei. L'Europa è il più grande mercato del mondo e se si mette in movimento e fa questa operazione, non solo difende la propria economia, ma spinge gli altri a fare passi avanti. E' chiaro che non c'è una soluzione definitiva al problema ma fronteggiare la crisi climatica è anche l'occasione per costruire un'economia più forte».

Sono molteplici gli allarmi su un mancato rispetto dei target dell'accordo di Parigi. Ci si può arrivare o la strada è difficilissima?

«La strada non sarà sicuramente facile ma al tempo stesso, in molti campi, si vede che chi si incammina su questa strada ha dei vantaggi economici; insomma è vero che il problema c'è e affrontarlo sarebbe oneroso, ma, in realtà, non affrontarlo sarebbe ancora più oneroso, perché come dimostrano tantissimi settori produttivi, chi non va su quella strada perde. E' una strada che può rafforzare sia i grandi che i piccoli. Del resto quel terzo di imprese, oltre 400 mila, come dice il Rapporto Greenitaly presentato qualche giorno fa da Fondazione Symbola e Uniocamere, che hanno investito negli ultimi 5 anni in campo ambientale, performano meglio perché rinnovano di più, esportano di più e producono più posti di lavoro. Le difficoltà ci saranno ma si possono affrontare. A me piace molto la frase del regista Frank Capra, ‘i dilettanti giocano per piacere quando fa bel tempo, i professionisti giocano per vincere mentre infuria la tempesta'; ecco, rispetto alla tempesta che abbiamo davanti non è tempo per dilettanti, basta propaganda, basta parole vuote, è il momento della concretezza e della visione».

Anche alla luce del rapporto che avete presentato, nel nostro Paese vede una buona risposta sia a livello di imprese che a livello di cittadini?

«Io penso che in Italia una parte delle imprese e una parte della società siano più avanti della politica. Perché la politica, che poi è orientata fortunatamente dalle scelte che ha fatto l'Europa, a volte sembra discutere di altro, non capisce che proprio quei tre assi che l'Europa ci indica – coesione, transizione verde e digitale - sono anche quelli che consentono di affrontare tanti nostri problemi. Nel mondo dell'economia tanti si sono messi in moto e l'incrocio di questi fattori fa la forza del Paese; penso al legno-arredo, alla meccatronica all'agricoltura. Allora il problema è aiutare chi si è incamminato e anche superare un senso di minorità degli italiani che pensano di essere dei Calimeri. Noi abbiamo enormi problemi e spesso non siamo in grado di affrontarli, ma abbiamo anche dei grandi punti di forza, basti pensare all'economia circolare e altri in cui siamo all'avanguardia, e possiamo essere protagonisti di questa sfida».

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