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Realpolitik e made in Italy: l’ora di eliminare le sanzioni con la Russia

di Carlo Andrea Finotto

2' di lettura

È un ritorno gradito quello Russia sui radar delle imprese italiane esportatrici. Gli oltre 9 punti di crescita dell’export made in Italy a dicembre sono più di un segnale, perché arrivano dopo mesi in cui i forti cali inanellati a partire dallo scoppio della crisi russo-ucraina, con relative reciproche sanzioni e pesante recessione interna per Mosca, si sono via via ridotti fino a quasi azzerarsi. Per l’Italia, se il risveglio troverà conferma sarà più di una boccata d’ossigeno. Molto dipenderà, però, dalla normalizzazione dei rapporti con Vladimir Putin.

Basta qualche numero a far capire l’importanza della partita. Nonostante lo sprint finale, il 2016 si chiude con un dato annuo in calo del 5,3% sul 2015, intorno ai 6,7 miliardi di euro.

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Nel 2013, prima che esplodesse la crisi ucraina, le esportazioni di made in Italy in Russia valevano 10,7 miliardi: il botta e risposta di sanzioni – con Mosca che ha penalizzato in particolare agroalimentare e tessile-abbigliamento – e la crisi interna sono costati all’Italia 4 miliardi di euro.

Il conto l’hanno pagato soprattutto moda (un miliardo), meccanica strumentale (700 milioni), alimentari e bevande (300 milioni) e in misura diversa molti altri comparti.

Da subito i principali settori export-oriented del made in Italy hanno denunciato la scarsa efficacia delle sanzioni come deterrente.

E l’evoluzione della crisi in Ucraina è lì a dimostrarlo. Ora l’eliminazione reciproca delle sanzioni potrebbe essere matura, sotto la spinta dell’esuberante avvio di presidenza Trump, negli Usa.

Sarebbe una buona notizia per il made in Italy, che per la Russia era il quinto fornitore. A patto che il neoprotezionismo annunciato da Washington non apra un fronte potenzialmente ancora più pericoloso per l’economia italiana.

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