solo per ex mafiosi

Ergastolo ostativo, la Consulta apre ai permessi anche per chi non collabora

La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma, in cui non è prevista la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, anche se sono stati acquisiti elementi tali da escludere l’attualità della partecipazione all’associazione criminale


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2' di lettura

La mancata collaborazione con la giustizia non impedisce i permessi premio per chi è sottoposto all’ergastolo ostativo, purché ci siano elementi che escludono collegamenti con la criminalità organizzata. Lo afferma la Corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi su una questione sollevata dalla Corte di Cassazione e dal Tribunale di sorveglianza di Perugia sulla legittimità dell’articolo 4 bis, comma 1, dell’Ordinamento penitenziario, che impedisce permessi premio ai condannati che non collaborano con la giustizia.

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In entrambi i casi, si trattava di due persone condannate all’ergastolo per delitti legati a fatti riconducibili all’associazione per delinquere di stampo mafioso. La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma, in cui non è prevista la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, anche se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l’attualità della partecipazione all’associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata.

In questo caso, la Corte - pronunciandosi nei limiti della richiesta dei giudici - ha quindi sottratto la concessione del solo permesso premio alla generale applicazione del meccanismo “ostativo” (secondo cui i condannati per i reati previsti dall’articolo 4 bis che dopo la condanna non collaborano con la giustizia non possono accedere ai benefici previsti per la generalità dei detenuti). In virtù della pronuncia della Corte, la presunzione di “pericolosità sociale” del detenuto non collaborante non è più assoluta ma diventa relativa e quindi può essere superata dal magistrato di sorveglianza, la cui valutazione caso per caso deve basarsi sulle relazioni del Carcere nonché sulle informazioni e i pareri di varie autorità, dalla Procura Antimafia o Antiterrorismo al competente Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica.

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