Cassazione

Reato per l’allevatore che lascia i maiali liberi perché non può sfamarli a causa della crisi Covid

Violazione del provvedimento del sindaco per l’allevatore che non potendo alimentare gli animali sia per la crisi economica sia per il divieto di spostarsi li lascia liberi

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Violazione del provvedimento del sindaco per l’allevatore che non potendo alimentare gli animali sia per la crisi economica sia per il divieto di spostarsi li lascia liberi


1' di lettura

Via libera alla condanna per l’allevatore di maiali che, in crisi economica causa pandemia e impossibilitato a spostarsi per le stesse ragioni alla ricerca del cibo da dare ai suoi animali, li lascia liberi di andare a cercare di che sfamarsi nei centri abitati. La Corte di cassazione (sentenza 1459) conferma sia la condanna del contadino per il mancato rispetto di un’ordinanza del sindaco sia il sequestro di 500 capi di bestiame.

Senza cibo per la crisi economica dovuta alla pandemia

La Sentenza

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Il provvedimento violato, siglato dal primo cittadino, imponeva, per ragioni di igiene e sicurezza pubblica, di custodire gli animali all’interno del recinto che era loro destinato, per impedire che i maiali raggiungessero le abitazioni in paese. Un ordine che il ricorrente aveva trasgredito per l’impossibilità di sfamare le bestie sia a causa delle sue precarie condizioni economiche, aggravate dalla pandemia, sia perché le restrizioni agli spostamenti connesse sempre all’emergenza Covid-19 gli vietavano di spostarsi. Per la Cassazione però non sono buone ragioni per trasgredire un’ordinanza sindacale emessa a tutela della collettività.

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Via libera al sequestro degli animali

A deporre contro l’imputato poi il gran numero di capi, ben 500, posseduti. Nonostante tutte le difficoltà aveva, infatti, lasciato crescere a dismisura il suo allevamento. Per lui scatta il sequestro degli animali, la condanna per il reato previsto dall’articolo 650 del Codice penale che scatta per chi non rispetta i provvedimenti dell’Autorità. In più ci sono da pagare le spese processuali a cui vanno aggiunti 3 mila euro in favore della cassa delle ammende «per i profili di colpa legati all’irritualità dell’impugnazione».

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