corte di cassazione

Reato di maltrattamento riconosciuto anche all’interno di coppie di fatto

di Silvia Marzialetti

Agf

2' di lettura

Il reato di maltrattamento è configurabile anche tra due persone che abbiano cessato una convivenza more uxorio e che abbiano messo al mondo un figlio. Esattamente come avverrebbe in una famiglia tradizionale.

La Cassazione si adegua ai tempi e, partendo dalla definizione di “convivenza di fatto” forgiata dalla legge sulle unioni civili (“.. due persone maggiorenni, unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità, o adozione..”), riconosce anche al partner di una coppia non istituzionale, il diritto a ottenere giustizia in caso di violenza.

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È quanto accaduto a una coppia marchigiana, nei confronti del cui capofamiglia la corte di appello di Ancona aveva emesso una condanna a un anno e quattro mesi di reclusione per maltrattamenti in famiglia, lesioni aggravate e minacce ai danni della convivente. Trattamento analogo riservato a casi simili all'interno di coppie tradizionali.

Quando non c'è vincolo matrimoniale - si legge nella sentenza 25498 depositata ieri - il dovere e il diritto di reciproca assistenza, nonostante la fine della coabitazione, sono richiamati da una serie di indicatori chiave, che rivelano esattamente quale fosse il peso del rapporto tra i conviventi. La presenza di un figlio è uno di questi indicatori, poichè rappresenta il risultato di un progetto di vita fondato sulla reciproca solidarietà e assistenza, l'akmè di un rapporto tra due persone.

Essa - puntualizzano i giudici della suprema Corte - è infatti sintomatica dell'importanza e della stabilità della relazione e come tale portatrice, nei confronti di un soggetto debole e rispetto agli ex conviventi, di obblighi - quelli riconosciuti a tutti i figli legittimi e naturali dall'ex articolo 315 del Codice civile - destinati a protrarsi anche dopo la cessazione della convivenza. Nessuna chance, dunque, per la difesa del capofamiglia che, invocando il carattere del tutto isolato di un precedente analogo (la sentenza di Cassazione 33882 dell'8 luglio 2014) aveva tentato di dimostrare l'estinzione automatica di diritti e doveri di ciascun genitore nei confronti dei figli, una volta cessata la coabitazione. Secondo l'imputato, infatti, il venir meno della convivenza avrebbe determinato l'erronea applicazione della norma incriminatrice.

Non la pensa così la Cassazione, che rigetta il ricorso dell'uomo, bocciandone tutti i motivi e avallando una nozione estesa di famiglia, alternativa a quella tradizionale, ma destinata ad assumere pari dignità e tutela.

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