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Rebrab sul futuro di Piombino: rispetterò tutti gli impegni presi

di Marco Moussanet

4' di lettura

«Capisco i dubbi, i timori, l’impazienza. Ma voglio rassicurare tutti come ho già fatto prima di Natale con i sindacati, il ministro Calenda, il presidente della Regione Toscana, il sindaco: confermiamo l’insieme dei nostri impegni per la reindustralizzazione di Piombino e stiamo rispettando il timing previsto». Il settantaduenne imprenditore algerino Issad Rebrab, da Parigi dove ormai viene sempre più spesso (dopo aver rilevato, con la sua Cevital, due aziende francesi, nel 2013 il produttore di finestre in Pvc Oxxo e soprattutto nel 2014 il costruttore di elettrodomestici Brandt), ribadisce i tre obiettivi annunciati a suo tempo: modernizzare e rilanciare il polo siderurgico ex Lucchini; realizzare una piattaforma logistica portuale; costruire un complesso agroindustriale. Tre attività che a regime «avranno più posti di lavoro dei 2.250 ex addetti Lucchini».

Però oggi tutto questo non si vede. Mentre i laminatoi funzionano a singhiozzo.

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Nel 2015 abbiamo trovato una realtà in stato comatoso e fortemente indebitata, sulla quale abbiamo investito per ora 102 milioni. La ripresa richiede tempo. Bisogna riconquistare la clientela, ricostruire la rete commerciale, ridare una prospettiva. Inoltre siamo costretti a comprare i semilavorati perché l’area a caldo non c’è più.

Già, e a quanto pare ci sono problemi di liquidità per comprare i semilavorati d’importazione. E quindi di adeguata alimentazione dei laminatoi.

Il vero problema è quello del factoring. E cioè dell’anticipazione, via credito bancario, dei pagamenti dei clienti che saldano a 90 giorni. Diciamo che su 150 milioni di capitale circolante necessario ne mancano circa 50 e questo ovviamente ha un impatto a monte, sul regolare approvvigionamento dei semilavorati. Ma ora - grazie anche all’intervento del Governo, il quale ha assicurato che incoraggerà le banche a sostenere Aferpi, e all’impegno di Unicredit - la soluzione sembra a portata di mano.

Parliamo di tempi. Quando vedremo a Piombino il nuovo forno elettrico e il nuovo laminatoio?

Ad aprile abbiamo firmato il contratto da 200 milioni con Sms Siemag. Per la consegna servono 28 mesi. Nel frattempo il gruppo tedesco ci ha consegnato anche gli studi di engeneering per le strutture di base: carroponti, capannoni, stazioni elettriche e di trattamento delle acque. Preliminari ai lavori di genio civile e che per ora sono gli unici che abbiamo pagato, al 50%, per qualche milione di euro. Le gare sono state fatte, abbiamo le offerte che stiamo valutando. Entro fine febbraio avremo tutti gli elementi e contratteremo un ulteriore accordo con Sms per la realizzazione delle opere connesse. Per un valore di altri 200 milioni. Quindi si potrà partire con i lavori. Quanto all’aspetto finanzario, tutto è basato sulle grandi società di assicurazione del credito. La tedesca Hermes e la svizzera Serv hanno già garantito il 70% dei primi 200 milioni. Ci aspettiamo dalla Sace un impegno per il restante 30 per cento. Quando ci sono queste garanzie, con le banche non c’è più alcun problema ad avere il finanziamento per l’acquisto.

Speriamo. E gli altri progetti?

Quando abbiamo costituito Aferpi e presentato la nostra offerta per l’ex Lucchini, molti si sono chiesti per quale ragione ci interessavamo alla siderurgia, trascurando peraltro il fatto che abbiamo avuto storicamente una presenza nella metallurgia. La risposta è semplice: ci interessa il porto di Piombino. Oltre all’immenso spazio a disposizione: 525 ettari, 166 in piena proprietà, quando il futuro polo siderurgico ne occuperà meno di 100. Nel porto realizzeremo cinque moli in acqua profonda – due da venti metri per le grandi navi portacontainer e tre da 15 – e dei silos di grandi dimensioni. Un investimento da altri 200 milioni che sarà finanziato al 90% dalla Ue. I cantieri dovrebbero aprire ben prima della fine dell’anno. A ridosso del porto costruiremo il complesso agroindustriale, con l’impianto di triturazione dei semi oleosi (soprattutto soia, girasole e colza), la raffineria di oli vegetali, l’attività di commercializzazione dei residui per l’alimentazione animale e forse anche un impianto per la produzione di biodiesel ed etanolo.

Quindi è questo il vero business?

L’industria agro-alimentare sarà un pilastro fondamentale dei tre su cui poggia il piano. L’Italia importa ogni anno 4 milioni di tonnellate di pannelli di soia. L’Europa 34 milioni di tonnellate. Piombino diventerà un centro importantissimo dell’import e della lavorazione dei semi oleaginosi. E il porto, un vero hub, ci servirà anche per importare altre produzioni algerine e della sponda Sud del Mediterraneo: per esempio lo zucchero, di cui la sola Cevital esporta 500mila tonnellate all’anno; o il vetro piatto, di cui siamo grandi produttori. Peraltro nel vetro cavo abbiamo già un altro progetto in Italia. E d’altronde, a regime, immaginiamo di avere 750-1.000 addetti nella siderurgia, 350-450 nella logistica e fino a 2mila nell’agroindustria. Sui tempi, pure in quest’ultimo caso tutto dipende dalle granzie delle società di assicurazione del credito, che questa volta vedranno coinvolte anche la Francia e il Belgio, ma penso che i lavori inizieranno insieme a quelli del porto.

E su Leali a che punto siete?

La società ha un forno che attualmente lavora al 30% delle sue capacità. Al 100% è in grado di alimentare sia il laminatoio di Leali a Odolo sia uno dei tre laminatoi di Piombino. Risolvendoci qualche problema di fornitura di semilavorati. Noi abbiamo presentato un’offerta di affitto per tre anni, aspettiamo una risposta entro fine mese.

Ci può dire qualcosa sulle tensioni con il Governo algerino?

Tutto si sta risolvendo. A maggior ragione con il calo dei prezzi deel petrolio, il Governo ha capito che il futuro è in una diversificazione economica rispetto alla dipendenza dalle fonti energetiche. E Cevital, primo gruppo privato del Paese con 18mila dipenenti, è la dimostrazione fisica di quali risultati può dare una intelligente diversificazione.

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