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Recessione, il commercio spaventa più della curva dei rendimenti

Potrebbe essere battezzato l’asse della paura. Corre dagli Stati Uniti alla Cina, dalla Gran Bretagna all’Argentina, dalla Germania fino all’Italia, dalla Corea del Sud al Giappone. Un asse globale che stringe d’assedio l’economia globalizzata. E che ruota attorno al simbolo stesso di questa globalizzazione - e adesso della nuova paura: il commercio.

di Marco Valsania


Cina, dazi annunciati da Usa violano accordo Xi-Trump

5' di lettura

New York - Potrebbe essere battezzato l'asse della paura. Corre dagli Stati Uniti alla Cina, dalla Gran Bretagna all'Argentina, dalla Germania fino all'Italia, dalla Corea del Sud al Giappone. Un asse globale che stringe d'assedio l'economia globalizzata. E che ruota attorno al simbolo stesso di questa globalizzazione - e adesso della nuova paura: il commercio.

Il sonoro scricchiolio dell'interscambio nella morsa d'una ragnatela di tensioni bilaterali, di protezionismi e isolazionismi che stanno frantumando sia regole che intese informali sul palcoscenico internazionale, si fa sentire oggi su una congiuntura economica già in probabile rallentamento fisiologico. Solleva spettri di crisi e crack in grado di scuotere i mercati, esemplificati dalla caduta di mercoledì del 3% a Wall Street e dai concomitanti scivoloni di tutti i mercati mondiali. Più calme sedute successive e nuovi guadagni non possono né devono trarre in inganno, volatilità e scosse sono all'ordine del giorno ad ogni riapertura degli scambi: i problemi di ieri restano quelli di oggi e di domani, irrisolti indipendentemente dagli ultimissimi dati (ad esempio solide vendite al dettaglio americane), da dichiarazioni quotidiane (questa volta cinesi) che appaiano più concilianti e anche da impegni di influenti banche centrali a mobilitare arsenali di politica monetaria e fare di più.

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L'attendibilità di pronostici recessivi è discutibile, a cominciare dalle Cassandre emerse sulla piazza obbligazionaria. Negli Stati Uniti la curva dei rendimenti invertita per la prima volta in dieci anni tra titoli del Tesoro a due e a dieci anni ha un significato men che certo: è stato minimizzato, tra gli altri ancora in queste ore, dall'ex chairman della Federal Reserve Janet Yellen. Anche l'ultima volta che l'iniziale previsione si avverò, la recessione arrivò due anni dopo, non esattamente tanto ravvicinata da far correre ai ripari Wall Street. Anzi: dal 1978 semmai l'indice S&P 500 è salito in media del 13% dai primi vagiti di un'inversione della curva al momento d'una conclamata recessione.

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La risposta alle ansie, avvertono gli analisti più avveduti, va quindi cercata altrove. I fenomeni sottostanti hanno nomi quali Brexit e la conseguente contrazione trimestrale del Pil britannico. O il declino in Germania, economia dell'export per eccellenza. Ferite storiche che si riaprono sotto forma di screzi economici tra Seul e Tokio e nuove avanzate del Peronismo a Buenos Aires. Oppure ancora, il messaggio inviato dalla frenata che affligge la produzione industriale su scala globale. In Cina, potenza delle esportazioni, è scesa al 4,8% di luglio dal 6,3% di giugno. E che dire della debolezza del settore manifatturiero americano, dell'inaridirsi di investimenti davanti alle incertezze internazionali. La produzione industriale statunitense, per l'esattezza, è scesa dello 0,2% in luglio dal mese precedente, scivolando su base annuale ai minimi da due anni e mezzo. A livello mondiale, complici simili battute d'arresto, la produzione da novembre ha rallentato all'1,8% dal 4% del 2017-2018.

Soprattutto e sempre tutto ciò ha un denominatore comune, la crisi del commercio da un angolo all'altro del pianeta che erode attività e fiducia. Il Fondo Monetario ha ormai ridimensionato la crescita dell'interscambio di quasi un punto percentuale al 2,5% nel 2019, dopo che nei primi tre mesi i volumi hanno ristagnato allo 0,5%, il minimo dal 2012. Secondo il Cpb olandese da ottobre ad aprile questi volumi sono caduti del 2,3%, il peggior andamento dal 2009, cioè nel pieno della grande recessione. Le speranze di recuperi l'anno prossimo, tuttora coltivate, potrebbero evaporare come neve al sole.

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La sfida affiora anche a livello di aziende. Non è un caso che le cento grandi società americane a maggior esposizione globale siano reduci da profitti scivolati del 3% nell'ultimo anno, mentre quelle che li derivano anzitutto da una presenza domestica sono aumentati del 5,5 per cento. Quest'anno, inoltre, gli utili delle 500 principali imprese Usa potrebbero nell'insieme risentire delle incognite tanto da fermare la marcia degli utili all'1,5%, stando alle stime di FactSet che ha tenuto conto della rincorsa di decine di allarmi sui bilanci futuri lanciati da gruppi che vanno da Caterpillar a Cisco Systems. Un flebile 1,5% invece del già modesto 6% ipotizzato a gennaio. Non basta: c'è chi teme che, a conti fatti, i profitti possano addirittura risentire di una flessione annuale nel 2019.

Il forte impatto di alcuni fenomeni globali non è in realtà storia inedita: Grep Ip, scrivendo sul Wall Street Journal, ricorda che il mondo imparò a proprie spese il significato del trauma della fine dell'era del petrolio a basso prezzo negli anni Settanta; poi il contagio dei default di interi paesi negli anni Ottanta; infine dieci anni or sono i rischi portati in seno da finanza e mutui immobiliari facili negli Stati Uniti. Adesso a destare nervosismo è però l'anello forse più grande e delicato di tutti, quei rapporti di interscambio che, vale la pena ricordare, vittima di restrizioni e crisi giocarono una parte importante anche nella Grande Depressione. Un'economia interconnessa al massimo, con infinite catene di forniture e produzione, diventa oggi allo stesso tempo preda di nuove e brusche spinte nazionaliste e protezioniste, potenzialmente incontrollate.

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È una dinamica che tiene in scacco anzitutto le due maggiori potenze economiche, Usa e Cina. Washington e Pechino hanno ingaggiato un braccio di ferro drammatico, una partita a colpi di dazi, rappresaglie, possibili guerre valutarie, escalation di accuse. Segno delle incertezze ormai strutturali - che potrebbero sempre più imporre radicali e ancora indefinite trasformazioni al business - è la continua altalena di posizioni e colpi di scena: la Casa Bianca che d'improvviso annuncia nuovi dazi, poi altrettanto a sorpresa li allenta. La Cina che nella medesima giornata - giovedì scorso - inizialmente ribadisce l'intenzione di rispondere per le rime a qualunque nuova sanzione americana, poi sollecita dialogo e promesse reciproche. Dietro le oscillazioni, resta invariabile un clima di accresciuta tensione di fondo.

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Donald Trump, volente o nolente, con la sua declinazione economica di America First è diventato la punta di diamante e l'artefice principale di questa nuova fase snervante a ad alto rischio per l'economia mondiale: Chad Bown, autorevole economista specializzato proprio in commercio, sulla rivista Foreign Affairs ha di recente sottolineato un esempio su tutti del potenziale sconquasso epocale in corso per mano dell'amministrazione. Trump ha rotto con 75 anni di tradizione quando ha invocato ragioni di sicurezza nazionale per interventi su acciaio, alluminio e auto importate. Ha anche sostenuto che simili ragioni prevalgono su qualunque procedura in ambito Wto, posizione difesa soltanto da quel rappresentante delle economie aperte e democratiche che è la Russia. Le placche tettoniche del commercio e dell'economia si stanno spostando. E non è ancora dato sapere, per Wall Street come per gli operatori economici, come i tremori andranno a ricomporsi.

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    Marco ValsaniaGiornalista

    Luogo: New York, Usa

    Lingue parlate: Italiano, Inglese

    Argomenti: Economia, politica americana e internazionale, finanza, lavoro, tecnologia

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