il mercato

Recessione alle porte, il modello «solo export» non funziona più

di Alessandro Penati


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3' di lettura

La recessione dell’Eurozona sta diventando una quasi certezza. Già nel terzo trimestre Germania e Italia avevano avuto una crescita negativa del Pil. In Germania, alla caduta della domanda estera si è aggiunta la contrazione dei consumi interni. Ma il -0,2% del Pil sconta anche da un aumento consistente delle scorte (+0,7%); facile prevedere che la domanda nell’ultimo quarto 2018 venga soddisfatta più da una riduzione di queste che da un aumento della produzione.

In Italia, l’inversione di tendenza degli investimenti ha segnalato il deteriorarsi delle aspettative delle imprese. Corroborata, come in tutta l’Eurozona, da un calo degli ordinativi.

L’unica grande economia con Pil positivo nel terzo trimestre era la Francia, ma le forti tensioni sociali hanno fatto crollare l’indicatore della fiducia di consumatori e imprese. Ora, il rischio recessione riguarda tutta l’Eurozona. Definirla una recessione “tecnica”, una pausa temporanea in un trend di crescita, significa sottovalutare il problema: un modello di crescita non più sostenibile e politiche errate.

Germania (7,9%) ed Eurozona (3,4%), Italia compresa (2,4%), registrano da anni forti avanzi delle partite correnti rispetto al Pil, che ci si attende invariati anche nel prossimo triennio. Puntare sulla domanda esterna per uscire da una recessione è ragionevole in un mondo di economie aperte, ma fondare sull’export il modello di sviluppo è controproducente. In primis perché un avanzo delle partite correnti è un deficit di domanda interna, alla lunga foriero di tensioni sociali (per gli individui conta la possibilità di consumare, non di esportare).

Poi perché, a fronte di persistenti avanzi, qualcuno nel mondo deve avere persistenti disavanzi. Visto che anche Giappone e Cina hanno adottato uno sviluppo basato sulla domanda estera, l’Eurozona deve contare su un persistente eccesso della domanda interna degli Stati Uniti. La presidenza Trump insegna che questo non è scontato.

Infine perché espone maggiormente l’economia agli shocks esterni. Per l’export tedesco, il mercato inglese pesa come la Cina; per Francia e Italia è il doppio: la Brexit dunque potrebbe rappresentare uno shock per un’eurozona già in rallentamento.

La politica monetaria è ormai in un vicolo cieco. Inutile ridurre tassi già negativi (-0,4%). Il QE è terminato, e il reinvestimento dei titoli in scadenza detenuti dalla Bce oltre ad essere poca cosa (23 miliardi al mese) rischia di allargare gli spread. I Bundesrepublik infatti assorbiranno un quarto della domanda della Bce, a fronte di una riduzione della loro offerta per via dell’avanzo di bilancio tedesco; mentre, spinta dal deficit, aumenterà quella di titoli italiani, spagnoli e francesi. Un nuovo programma di finanziamenti alle banche non sarebbe un sostituto del QE: quest’ultimo immette direttamente liquidità nel sistema; mentre se fornita alle banche, probabilmente verrebbe tesaurizzata cautelativamente a fronte degli impegni di rifinanziamento del proprio debito e del peggioramento delle prospettive economiche.

Dovrebbe essere la politica fiscale a sostenere la domanda interna, con tagli di imposte e progetti di investimento che massimizzino il moltiplicatore. Ma Italia e Francia fanno l’opposto: aumentano la spesa corrente, che ha impatto ridotto sulla crescita, per inseguire il facile consenso nell’illusione di comprare la pace sociale.

La vera svolta per l'Eurozona sarebbe la rinuncia tedesca all’avanzo di bilancio per sostenere la domanda interna con investimenti pubblici e minori tasse. Sembra una follia. Ma le nubi minacciose di recessione dovrebbero allertare la Germania e l’Eurozona intera che è arrivato il momento di ripensare modello di sviluppo e gestione della politica economica.

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