le vie della ripresa

Record dei robot della ceramica

di Ilaria Vesentini

(Bettolini)

4' di lettura

Ha battuto lo scorso anno il muro dei 2 miliardi di euro di fatturato, record di sempre per l’industria italiana delle macchine per ceramica, e ha messo a segno nel primo trimestre del 2017 un boom del 60,6% (anno su anno) delle vendite in Italia di cui non c’è traccia nel passato. «Per quanto il dato puntuale domestico sia drogato dall’effetto dell’iperammortamento – precisa Paolo Sassi, presidente di Acimac – a fronte di una stabilità dell’export, l’interesse per le tecnologie più innovative, su cui il made in Italy non ha competitor al mondo, sta aumentando praticamente in tutti i mercati, dalla Spagna al Sudamerica, dalla Turchia fino all’Estremo Oriente, perché la ricerca di maggiore efficienza, di digitalizzazione e di sostenibilità sta spostando la domanda verso i nostri impianti».

La Confindustria dei costruttori di macchine per ceramica – 148 imprese con 6.200 addetti leader indiscusse su scala globale – è in vetrina in questi giorni a Guangzhou per la trentesima edizione di Ceramics China (fino al 4 giugno), la principale fiera di settore del continente asiatico e la seconda su scala internazionale, dopo il salone riminese Tecnargilla.

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L'ANDAMENTO

La crescita del fatturato dal 2013 al 2016. In milioni di euro <br/>(Nota: 2016 dati preconsuntivi)

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Ed è proprio la Cina l’osservato speciale dei costruttori italiani, perché il Paese con il suo miliardo e mezzo di abitanti e la più grossa produzione al mondo di piastrelle (10 miliardi di metri quadrati di capacità produttiva censita su poco meno di 13 miliardi di consumi mondiali) «è nel contempo una grande minaccia per le nostre macchine hi-tech e un’opportunità che non possiamo non presidiare», precisa Emilio Benedetti, presidente di LB Officine Meccaniche di Fiorano Modenese (specializzata nel trattamento polveri prima della fase di pressatura) e vicepresidente Acimac.

«Il mercato ceramico cinese è praticamente autosufficiente e ha subito un brusco rallentamento negli ultimi due anni – aggiunge Benedetti – ma i piani governativi tesi a ridurre i consumi energetici e le emissioni in atmosfera stanno creando grande interesse per i nostri macchinari, anche se costano tre volte i loro. Il controllo digitale di tutto il processo di lavorazione, che per noi è realtà da anni, per i clienti cinesi è una novità assoluta, il driver 4.0 è fortissimo oggi nell’orientare la scelta di acquisto dei ceramisti locali», aggiunge Benedetti. Che è a Guangzhou per la fiera e prevede per il 2017 un balzo del 20% del fatturato consolidato, a 48 milioni di euro, con ottime prospettive anche nella terra di Mao.

«Nel 2016 abbiamo raddoppiato le vendite in Cina, così come in Turchia e in Russia – sottolinea Franco Stefani, patron della System, altro gruppo di Fiorano –; negli Stati Uniti siamo cresciuti del 45%, in Spagna del 40 e per il 2017 prevediamo un ulteriore e significativo sviluppo sia in Europa sia a livello mondiale. Con un raddoppio in India, la ripresa della domanda russa e un incremento del 30% in Cina». System è leader internazionale nelle soluzioni di processo non solo per l’industria ceramica, e pioniere sia delle grandi lastre sia della “conversione” 4.0 (termine che Stefani preferisce a rivoluzione). Il gruppo conferma le previsioni di un trend di crescita a due cifre quest’anno per l’industria italiana di tecnologie ceramiche, con una netta ripresa anche della domanda estera, che vale il 77% dei volumi complessivi e presenta una distribuzione geografica molto equilibrata e quindi un’ideale diversificazione dei rischi geopolitici: il 23% dell’export è in Asia, il 18% in Ue, il 13% in Africa, un 12% sia in Medio Oriente sia in Sud America, l’11% in Nord America, il 10% in Est Europa.

Il mercato più effervescente oggi è quello indiano, dove sono proprio i cinesi i nostri competitor più temibili. «I cinesi ci copiano tutto subito – spiega Fabio Tarozzi, presidente e ad della modenese Siti B&T Group –, il vantaggio competitivo delle nostre macchine dura al massimo 3-4 anni, il rischio clonazione è altissimo. Ma resteremo leader al mondo per tecnologie ceramiche perché siamo maledettamente bravi a innovare, cosa che i cinesi non sanno fare. Il nostro centro tecnologico è il distretto di Sassuolo, dove ci misuriamo quotidianamente con la filiera di produttori ceramici, colorifici, designer. Ma il mercato asiatico sui cui puntare è fuori dalla Cina, tra Indonesia, Malesia Thailandia. In Cina – continua Tarozzi – siamo condannati a restare una piccola nicchia confinata all’altissima tecnologia tra stampanti e decoratrici digitali e maxi forni per lastre». Siti B&T Group è uno dei big nelle linee complete per l’industria ceramica che nel Guangdong opera direttamente dal 1999 con uno stabilimento produttivo da cui serve tutto il Far East, ma che non deve alla Cina le ottime performance consolidate nel 2016 (+14,3% il fatturato a 209 milioni di euro, +33% l’utile a 9,7 milioni) e il portafoglio ordini già pieno per il 2017.

Sacmi, il colosso cooperativo di Imola reduce da un 2016 record (1,4 miliardi di euro di fatturato, per il 70% con la divisione Ceramica che ha registrano un boom del 50% sul mercato domestico) opera in Cina con cinque fabbriche multibusiness. «Abbiamo un termometro molto preciso del mercato locale – afferma il dg Claudio Marani – che si sta riprendendo ma non è più una scommessa vincente per l’automazione made in Italy. È vero che è esplosa l’attenzione all’efficienza e all’impatto ambientale, ma l’eldorado dei bassi costi è finito (un metro quadrato di suolo a Foshan costa come a Sassuolo, ndr), produrre in loco non è più conveniente e oggi costruiamo e vendiamo là meno della metà delle presse idrauliche e delle macchine termiche che piazzavamo nel 2008 e non prevedo torneremo mai più ai volumi di allora. La Cina è un mercato che non si può dimenticare, ma conviene puntare su Paesi più promettenti come l’India, gli Usa, il Messico e anche la Turchia».

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