Gli scenari

Recovery, Censis-Confcooperative: +1% di Pil con più risorse al Sud

Grazie agli investimenti sarebbe possibile la creazione di 4,2 milioni nuovi posti di lavoro, dice il presidente Maurizio Gardini

Per il Recovery regia a Palazzo Chigi e task force locali

3' di lettura

Investire maggiori risorse del Recovery plan nel Mezzogiorno spingerebbe dell'1% il Pil nazionale nel periodo 2021-2026. La stima è contenuta nel focus Censis-Confcooperative “Recovery, Italia ultima chiamata”, che cita i due scenari formulati da Svimez per la ripartizione delle risorse del Piano rispetto al Mezzogiorno: uno scenario base, con un'ipotesi di destinazione degli investimenti pari al 24% e uno scenario rafforzato, rispetto al quale la quota di investimenti al Sud potrebbe raggiungere il 50%.

«L'ipotesi di partenza - si legge - è l'allocazione all'interno del Piano di una spesa per investimenti pari a 150 miliardi per il periodo 2021-2026. Dalle analisi effettuate, lo scenario di base porterebbe a un incremento cumulato del Pil nei sei anni pari al 7,3% a livello nazionale e all'8,1% nel Mezzogiorno. Lo scenario rafforzato consentirebbe al Mezzogiorno un incremento di Pil a fine periodo dell'11,6%, che si tradurrebbero per il Paese in un punto in più di Pil cumulato fra il 2021 e il 2026”, che passerebbe dal 7,3 all'8,2%».

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Via libera ai cantieri, +4,2 milioni di nuovi posti

«Occorre il via libera veloce ai cantieri. Tra Def e Recovery plan abbiamo l'irripetibile opportunità di attivare, grazie agli investimenti, un effetto leva da 666 miliardi, creare 4,2 milioni di nuovi posti di lavoro e mettere il turbo alla nostra economia». Lo dice il presidente di Confcooperative Maurizio Gardini, commentando i dati contenuti nel focus Censis-Confcooperative “Recovery, Italia ultima chiamata”. Effetti che scaturirebbero grazie a «una spesa in infrastrutture (mobilità, settore idrico, rinascita urbana) da 192,4 miliardi entro il 2030». Investimenti necessari anche per l'export. «Occorre colmare il gap che ci separa dai principali competitor», dice Gardini, spiegando come «il ritardo infrastrutturale pesi per 60 miliardi di mancato export».

82% imprese ha addetti con basso livello digitalizzazione

Le imprese sono chiamate a fare innovazione senza laureati: l'82% ha addetti con basso livello digitalizzazione. Questo quanto emerge ancora dal focus Censis-Confcooperative “Recovery, Italia ultima chiamata”. La formazione di capitale umano, la propensione all'innovazione, la creazione di nuove conoscenze e competenze, si rileva nel rapporto, «è l'altra faccia della sfida che ci attende nei prossimi anni per sfuggire alla parabola del declino. Anche in questo caso, come per le infrastrutture, la corsa è tutta in salita. I segni “meno” nell'ambito dell'istruzione – rispetto alla media europea e agli altri Paesi partner – sono noti e tutti di entità considerevole: solo il 19,6% della popolazione 25-64 anni ha un titolo di studio secondario superiore; il margine negativo è del 13,6% rispetto alla media europea, ma sale al 18% rispetto alla Francia e al 25% se ci si confronta con il Regno Unito. Sono 14 i punti da recuperare per la quota di giovani 30-34enni con titolo di studio universitario nel confronto con la media europea; 24 rispetto al Regno Unito, 20 rispetto alla Francia». Fatto 100 il numero delle imprese innovative con almeno 10 addetti 38 di queste non sono dotate di personale laureato. Fra le imprese più piccole – 10-49 addetti – la quota delle imprese innovative sprovviste di laureati, si rileva, sale al 43,3%. Solo al crescere della dimensione questa percentuale si riduce drasticamente: 13% fra le imprese nella classe 50-249 addetti; 2,9% nella classe con almeno 250 addetti. Fatto 100 il totale delle imprese con almeno 10 addetti, 82 di queste hanno un livello di digitalizzazione basso o molto basso e solo 13 impiegano specialisti Ict, figure professionali che fanno da volano nella digitalizzazione delle attività.

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