Il piano per i fondi europei

Recovery, cresce la dote aggiuntiva per gli investimenti

L’Ufficio parlamentare di Bilancio ha segnalato che l'attuale quadro programmatico definito dal Governo vede incrementarsi di 46,5 miliardi la “dote” delle risorse dirette a finanziare progetti aggiuntivi

di Dino Pesole

4' di lettura

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza parte con una “dotazione” di 221,5 miliardi, così distribuiti: 191,5 miliardi direttamente finanziati dai fondi del Next Generation EU (138,5 miliardi per nuovi progetti e 53 miliardi per sostituire coperture finanziarie già fissate) cui vanno ad aggiungersi i 30 miliardi del “Fondo complementare” destinato ad accogliere tutti i progetti non espressamente finanziati dal Recovery Fund. Se poi si sposta l'attenzione su quanto era stato previsto dal precedente governo nella prima versione del Piano nazionale consegnata in Parlamento a gennaio, il complesso delle risorse aggiuntive a disposizione del nostro Paese da qui al 2026 cresce ancora.

Upb: nel Pnrr 46,5 mld altre risorse per progetti aggiuntivi

Stando a quanto ha precisato il presidente dell'Ufficio parlamentare di Bilancio, Giuseppe Pisauro nel corso dell'audizione in Parlamento sul Documento di economia e finanza, l'attuale quadro programmatico definito dal Governo vede infatti incrementarsi la “dote” delle risorse dirette a finanziare progetti aggiuntivi nell'ambito del Next Generation EU rispetto a quanto previsto dalla precedente versione del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Nell'orizzonte temporale 2021-26 – osserva l'Upb - il complesso delle risorse aggiuntive del “Pnrr allargato” (il piano di interventi comprensivo delle risorse nazionali che andranno a integrare quelle provenienti da NGEU) ammonta a 168,9. Si tratta di 46,5 miliardi in più rispetto a quanto previsto in precedenza. A tale incremento si perviene sommando 31,5 miliardi di risorse nazionali aggiuntive, 13,5 miliardi di prestiti del Recovery Fund trasformati da “sostituivi in aggiuntivi” e 1,5 miliardi di maggiori altre sovvenzioni. A questo punto, occorre aggiornare l'ammontare complessive delle risorse di cui potrà disporre il nostro paese da qui al 2026 che nel totale si attesta a quota 238 miliardi. Un volume di stanziamenti senza precedenti che ora chiamerà direttamente in causa la capacità del nostro paese di saperli utilizzare e spendere al meglio.

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Si potenzia la dote per gli investimenti

Riforme strutturali e investimenti camminano insieme, come peraltro è chiaramente previsto dalle linee guida della Commissione europea. Le riforme strutturali, se ben articolate e realizzate possono fungere da effetto leva per gli investimenti e viceversa. Secondo quanto ha reso noto il ministro dell'Economia, Daniele Franco è possibile stimare quale effetto-leva del Piano nazionale italiano un aumento della crescita del 3% «se confrontata con gli investimenti in innovazione e capitale umano del 2020». Ecco dunque la scommessa sulla crescita annunciata dal presidente del Consiglio Mario Draghi, condizione imprescindibile per rendere pienamente sostenibile un debito pubblico che si avvia a raggiungere la cifra record del 160% del Pil. Se si agisce sulla crescita (e dunque sul denominatore), il numeratore (vale a dire il debito) si potrà lentamente ridurre evitando in tal modo di dover ricorrere in futuro a manovre correttive di finanza pubblica. Un tema che al momento è certamente sospeso ma che riemergerà quando a livello europeo si comincerà a definire la cornice del nuovo Patto di stabilità, in sostanza delle regole e dei parametri che subentreranno ai vincoli della disciplina di bilancio in vigore fino all'esplodere della pandemia. Lo stesso Franco ha avvertito che la politica monetaria espansiva della Bce e la sospensione delle regole europee non dureranno per sempre. Occorre dunque prepararsi per tempo e avviare il debito su una traiettoria di riduzione.

In arrivo le “pagelle” delle agenzie di rating

Anche se, grazie al sostegno della Bce, non sembrano addensarsi nubi immediate all'orizzonte per quel che riguarda il nostro debito pubblico, tuttavia l’appuntamento con le prossime “pagelle” delle agenzie di rating è comunque da tenere ben presente. Il primo giudizio è atteso per il 23 aprile ad opera di S&P (che a ottobre ha confermato il suo BBB ma alzato l'outlook da “negativo” a “stabile”). Il 30 aprile è atteso il giudizio di Dbrs e a seguire il 7 maggio e il poi il 4 giugno rispettivamente quelli di Fitch e Moody's. Il paracadute della Bce ( sia attraverso gli acquisti di titoli di stato con il Qe, sia con il programma specifico “pandemico” Pepp) sta funzionando. Stando agi ultimi dati, da quando è stato avviato il programma di acquisti di emergenza pandemica fino al 31 marzo l'eurosistema ha comprato Btp per 156,81 miliardi (a cui si aggiungono i 421,58 miliardi di titoli di stato acquistati dal lancio del Qe).

Spread in calo

Il risultato (accanto all'effetto della recente svolta politica con la formazione del nuovo governo) è che lo spread si attesta ora nei dintorni dei 100 punti base con il rendimento sui Btp decennali si attesta ora attorno allo 0,8% contro la media dell'1,9% del 2019 e dell'1,2% del 2020. Certo il debito è ai massimi, e il nuovo scostamento di bilancio da 40 miliardi farà lievitare il deficit 2021 all'11,8%. Il tutto nella previsione che nel corso del 2021 per finanziare il debito il Tesoro emetterà la cifra record di ben 597 miliardi di titoli, un ammontare superiore anche al record del scorso anno (551 miliardi). Al momento non si attende dalla agenzie di valutazione del nostro credito un cambio di rating. Secondo alcune previsioni di mercato un cambiamento si potrebbe avere nell'outlook di Dbrs che al momento è “negativo” con giudizio BBB, mentre Moody's (Baa3) e Fitch (BBB-) sono già, insieme a S&P, attestati sul giudizio di “stabile”.

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