AnalisiL'analisi si basa sulla cronaca che sfrutta l'esperienza e la competenza specifica dell'autore per spiegare i fatti, a volte interpretando e traendo conclusioni al servizio dei lettori. Può includere previsioni di possibili evoluzioni di eventi sulla base dell'esperienza.Scopri di piùLE FIBRILLAZIONI NELL’ESECUTIVO

Recovery fund: la crisi politica rischia di far perdere il treno dei fondi

Per presentare il Piano vero e proprio c'è tempo fino ad aprile, ma è chiaro che la doppia partita relativa alla governance e quella che attiene alla ripartizione delle risorse (209 miliardi) va giocata subito. E da questo punto di vista siamo già in ritardo

di Dino Pesole

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Da sinistra a destra, il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri (foto Ansa)

Per presentare il Piano vero e proprio c'è tempo fino ad aprile, ma è chiaro che la doppia partita relativa alla governance e quella che attiene alla ripartizione delle risorse (209 miliardi) va giocata subito. E da questo punto di vista siamo già in ritardo


5' di lettura

Non è ancora chiaro in che direzione sta per evolvere la crisi politica in atto (governo Conte ter, nuovo governo, semplice rimpasto?). Quel che è certo è che il tempo per definire la griglia dei progetti e delle riforme da presentare a Bruxelles sta per scadere. Bruxelles nelle linee guida rese note a settembre ha fissato come avvio del percorso di presentazione dei piani nazionali per accedere ai fondi del Next Generation EU il mese di ottobre 2020, così da attivare la necessaria interlocuzione con i singoli paesi entro la fine dell'anno appena trascorso. Per presentare il Piano vero e proprio c'è tempo fino ad aprile, ma è chiaro che la doppia partita relativa alla governance (in sostanza l'architettura istituzionale del Piano) e quella che attiene alla ripartizione delle risorse (209 miliardi) va giocata subito. E da questo punto di vista siamo già in ritardo.

Il percorso di erogazione delle risorse europee

Stando a quanto ha sostenuto il commissario agli Affari economici, Paolo Gentiloni nell'intervista rilasciata a “La Repubblica” ill 28 dicembre, l'Italia deve introdurre procedure straordinarie con leggi capaci di accelerare gli investimenti e corsie preferenziali. I fondi vanno impegnati entro il 2023 e spesi entro il 2026. Dal 2027 si comincerà a restituirli relativamente alla quota dei prestiti (127 miliardi). Servono procedure straordinarie e corsie preferenziali, dunque. «Non mi preoccupano le scadenze di queste settimane, rispetto alle quali non c'è un particolare ritardo italiano. Piuttosto penso alla seconda metà del 2021 e al 2022. Va evitato il rischio di mancare un appuntamento storico. Qualità del piano e sua attuazione sono sfide che potrebbero diventare molto difficili».

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Ecco allora il punto. Le confuse polemiche di questi giorni (Italia Viva ha presentato un suo Piano con 62 punti), non sembrano poter incidere sull'erogazione della prima tranche del Recovery and Resilience facility (pari a circa 20 miliardi) che sostanzialmente verrà anticipata. Il problema sono le tranche successive fino a tutto il 2023. Come ha spiegato Gentiloni, il Recovery Fund non è una finanziaria bis per i prossimi 4-5 anni e non è neanche un fondo europeo come gli altri. «L'attuale operazione prevede che se non vengono raggiunti nei tempi stretti previsti gli obiettivi scritti nel Piano, le erogazioni semestrali successive all'approvazione del piano saranno a rischio». Nell'accordo raggiunto dal Consiglio europeo del 17-21 luglio, poi perfezionato ed approvato il 10 dicembre, è previsto un monitoraggio da parte della Commissione Ue sullo «stato di avanzamento» delle riforme e del piano di investimenti, in base al quale verranno calibrate le tranche semestrali degli stanziamenti. Il giudizio finale spetta alla Commissione e al Consiglio che si esprime a maggioranza qualificata. E può anche scattare il cosiddetto “freno di emergenza”, un avvertimento lanciato all'indirizzo del paese inadempiente. In ultima istanza, si potrà anche sospendere la procedura per l'erogazione dei fondi fino a un massimo di tre mesi.

Il rischio di perdere il treno

Si rischia dunque di perdere il treno, vanificando così un'occasione unica e irripetibile Serve una governance e dobbiamo garantire la qualità dei progetti. Un utile terreno di confronto è offerto dal Rapporto Assonime “Quale assetto istituzionale per l'impiego dei fondi Next Generation EU”, di cui si è discusso il 4 gennaio nel corso di un webinar organizzato dalla stessa Assonime e dalla Fondazione Ugo La Malfa. Le proposte sulle priorità, l'allocazione delle risorse e le grandi direttrici per i progetti di investimento “dovranno essere deliberate dal Consiglio dei ministri e approvate in Parlamento, per quanto possibile con la convergenza tra maggioranza e opposizione”. Il lavoro istruttorio va affidato al Comitato Interministeriale per gli Affari Europei, e al suo interno a un ministro senza portafoglio per il Recovery Plan le cui competenze saranno fissate con apposita delega del presidente del Consiglio. Il tema della governance dunque pare decisivo, e propedeutico alla definizione puntuale dei progetti e delle riforme da presentare a Bruxelles.

La rilevanza delle riforme

Giustamente si pone nel Piano europeo l'enfasi sugli investimenti, che costituiscono l'ossatura del Recovery Fund. Le risorse (750 miliardi nel totale) sono per gran parte dirette a finanziare investimenti, secondo lo schema definito dalla Commissione Ue: 20% al Digitale, 37% al Green. Al tempo stesso il focus è sulla qualità delle riforme che saranno messe in campo per incrementare la capacità produttiva delle economie europee, così da renderle più competitive. Per l'Italia l'elenco è noto: giustizia civile, riforma dell'apparato pubblico, fisco tra le priorità (che peraltro sono già contenute nelle “Raccomandazioni” della Commissione Ue. Per l'ex presidente del Consiglio, Romano Prodi bisognerebbe avere il coraggio di approvare «due o tre riforme esemplari, fatte con l'accetta e non con la lima perché il Paese deve capire che questo è un nuovo capitolo, perché non ci crede più».

Alcune riforme mirate (oltre ad avere un effetto sul Pil e sulla crescita nel suo complesso) avrebbero anche il compito di agire da “boost”, da spinta per catalizzare altre riforme, far virare in positivo il clima dei mercati e dei partner internazionali sulle prospettive di sviluppo del Paese, e di conseguenza sulla sostenibilità del debito pubblico.

Torniamo però all'interrogativo di partenza. Se la crisi politica non evolve rapidamente (in una direzione o nell'altra) anche il convoglio delle riforme rischia di restare bloccato alla stazione di partenza. E' ormai chiaro che non basta ottenere il via libera del Parlamento a riforme attese da anni. Occorre una costante azione di monitoraggio sulle fasi attuative delle riforme, per valutarne l'impatto e se ne necessario correggerne la rotta. Per fare ciò occorre un governo dotato di una solida maggioranza, e che abbia davanti a sé un congruo lasso di tempo per esercitare la sua funzione di impulso e controllo. Stesso discorso si può fare per gli investimenti. I progetti vanno seguiti e monitorati.

Spinta alla crescita ma senza ulteriori incrementi del debito

Il nodo relativo alla ripartizione delle risorse è determinante per i conti pubblici. Italia Viva chiede di utilizzare tutti i 127 miliardi di loans europei per finanziare progetti nuovi (con ciò andando ad aumentare conseguentemente il debito). Stanziamenti cui andrebbero ad aggiungersi anche il 37 miliardi del Mes. Resta in proposito ferma la contrarietà del ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri che su questo punto ha offerto precise rassicurazioni a Bruxelles. Nella penultima stesura della bozza del Recovery Plan (l'ultima è in via di definizione) si è passati a 52 miliardi di prestiti “additivi” e 75 miliardi “sostitutivi”. La precedente ripartizione prevedeva 40 miliardi di prestiti “additivi” e 87 “sostitutivi”. Con le proposte di Italia Viva il debito da qui al 2026 non scenderebbe al 143% del Pil come previsto dai programmi del Governo, ma resterebbe al di sopra del 153% ponendo con ciò a rischio la tenuta dei conti pubblici anche in vista del ritorno dei vincoli del Patto di stabilità.

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