ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIL VERTICE UE

Recovery Fund e bilancio: ecco le poste in gioco al Consiglio europeo

Venerdì 17 e sabato 18 i capi di Stato e di governo dei 27 cercano l’accordo sul piano di aiuti da 750 miliardi di euro per rilanciare l’economia dell’Unione europea dopo la recessione innescata dalla pandemia. Da dove parte la discussione e quali sono i possibili compromessi

di Giuseppe Chiellino

Piano Ue, stress test per prepararsi alla nuova ondata

6' di lettura

«Siamo di fronte a un altro vertice in cui si gioca la sopravvivenza dell'Unione», commentava giovedì sera un alto funzionario europeo a cui, per mestiere, piace giocare con le parole. «A questo punto comincio a sospettare che l'Unione sia immortale».

Questo è il clima, moderatamente positivo, in cui si apre a Bruxelles il vertice dei capi di Stato e di governo, per la prima volta di persona dopo il lockdown, considerato decisivo per le sorti dell'Unione.

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Sul tavolo dei 27 ci sono due temi strettamente legati tra loro: il bilancio comune pluriennale (MFF) di oltre mille miliardi di euro per i sette anni compresi tra il 2021 e il 2027, su cui a febbraio non erano riusciti a trovare un accordo, e il Recovery Fund, ribattezzato da Ursula von der Leyen Next Generation EU, NGEU, il fondo da 750 miliardi per uscire dalla recessione economica innescata dal Covid-19 con un'Europa più forte, più verde e più digitale.

Il vertice del 19 giugno non era riuscito a raggiungere un accordo, ma allora non era ancora iniziata la presidenza di turno tedesca, della rinvigorita Angela Merkel. Alla vigilia la discussione era ancora molto fluida e incerta, tra innumerevoli incontri e discussioni a tutti i livelli.Tuttavia, la base di partenza è una sola: la bozza di conclusioni di otto pagine fatta girare da Charles Michele, presidente del Consiglio europeo, il 10 luglio scorso, insieme a 56 pagine dell'ultima versione del negotiating box sul bilancio.

Ecco, per capitoli, cosa c'è scritto.

NGEU e debito Ue

Dietro l'ennesima sigla partorita a Bruxelles c'è il Recovery Fund, o se si preferisce, il “piano Marshall” europeo per il dopo-Covid. Sarà finanziato con prestiti sottoscritti sul mercato dei capitali dalla Commissione europea per conto dell'Unione, fino ad un massimo di 750 miliardi di euro. Si tratta di uno strumento “provvisorio”, nel senso che l'emissione di debito Ue non potrà andare oltre la fine del 2026. Dal 2027 inizieranno i rimborsi che si dovranno concludere entro il 2058, 32 anni dopo. Il debito così contratto sarà garantito dall'incremento temporaneo, fino allo 0,6%, delle risorse proprie Ue, le entrate dirette UE, distinte dai contributi degli Stati membri: tassa sulla plastica non riciclata e in prospettiva un meccanismo di aggiustamento sulle emissioni dei prodotti importati, digital tax e la revisione del sistema di emission trading (Ets). Ciò consentirà di avere un costo della raccolta molto basso, prossimo allo zero, grazie al merito di credito dell'Unione, da tripla A. Dalle discussioni della vigilia è emersa la possibilità che l’importo complessivo venga ridotto intorno ai 600 miliardi di euro. Ma ne riparleremo più avanti.

Come saranno distribuiti i 750 miliardi

I 750 miliardi raccolti sul mercato saranno usati per erogare prestiti agli Stati membri, fino ad un massimo di 250 miliardi, e per sovvenzioni a fondo perduto, gli altri 500 miliardi. I prestiti avranno un tasso d'interesse commisurato al costo della raccolta, dunque molto basso, di cui beneficeranno i Paesi come l’Italia che hanno rating bassi un costo del debito elevato. Dei 750 miliardi, 560 (310 a fondo perduto e 250 di prestiti) saranno destinati a finanziare le riforme e gli investimenti degli Stati membri. Il 70% delle risorse sarà assegnato tra il 2021 e il 2022, come proposto dalla Commissione a maggio, mentre il restante 30% sarà distribuito ai Paesi nel 2023 in base alla riduzione del Pil nel biennio precedente.

Gli Stati membri dovranno predisporre piani nazionali per l’utilizzo dei fondi (in Italia si discute in queste settimane del Piano nazionale di riforme) che la Commissione dovrà approvare entro due mesi dalla presentazione.

I piani dovranno essere coerenti con le raccomandazioni specifiche per Paese formulate dalla Commissione, ma nella valutazione si terrà conto anche della crescita potenziale, della creazione di posti di lavoro e dell'impatto sociale ed economico sulla transizione verde e digitale. I piani dovranno rispettare gli obiettivi della neutralità climatica al 2050 e i nuovi target al 2030. Secondo la proposta di Michel, dopo l'esame della Commissione, i piani nazionali devono essere approvati dal Consiglio a maggioranza qualificata.

Quest'ultimo punto è messo in discussione dall'Olanda che vorrebbe l'unanimità, ma nessuno altro sembra assecondare questa richiesta.

Gli altri 190 miliardi di euro saranno distribuiti sui diversi capitoli del bilancio pluriennale: 50 andranno a ReactEu (fondi strutturali): 30,3 a InvestEu (ex piano Juncker); 30 al Just transition fund per la transizione verde; 26 al Solvency support instrument; 15,5 alle politiche di vicinato e cooperazione; 15 allo sviluppo rurale, 13,5 al programma Horizon e 7,7 alla sanità.

Cosa cambia rispetto al MFF proposto a febbraio

Gli impegni di spesa complessivi del MFF sono indicati a 1.074 miliardi di euro, un valore molto vicino a quello indicato al vertice di febbraio, inferiore alle richieste della Commissione e molto lontano da quello auspicato dal Parlamento. A ciò si aggiungono i 750 miliardi del Recovery fund. Tra le novità c'è anche una maggiore enfasi sul rispetto dello stato di diritto come condizione per ottenere i finanziamenti europei e il nuovo ruolo della Corte dei conti che affiancherà la Commissione nelle relative valutazioni.

Nel MFF viene inserita anche una “riserva speciale” di 5 miliardi a sostegno dei Paesi e dei settori colpiti dalle conseguenze negative e imprevedibili della Brexit. Per ammorbidire le posizioni dei Frugal Four, gli storici sconti (rebates) sui contributi al bilancio Ue sono stati reintrodotti e saranno a carico degli Stati membri “in base al Pil”. A beneficiarne saranno Danimarca, Germania, Olanda, Austria e Svezia.

I punti più controversi

I due giorni di trattative a Bruxelles riserveranno come al solito momenti di stallo e fughe in avanti, ipotesi di modifica, proposte bocciate, incontri bilaterali e i preziosi negoziati informali “da corridoio” che nelle riunioni online erano impossibili. Ecco, secondo gli osservatori più autorevoli delle vicende comunitarie, quali sono i punti su cui si concentrerà il confronto, come è già emerso nelle riunioni tra i rappresentanti diplomatici nel Coreper, non necessariamente in ordine d'importanza.

Le dimensioni del bilancio. Michel si è tenuto basso, all'1,05% del Pil Ue, più o meno come a febbraio, ma già allora i Frugal four non erano d'accordo e chiedevano una riduzione all'1%. Da allora le cose sono cambiate molto, ma su questo punto qualcuno darà ancora battaglia.

I rebates. Gli sconti usciti dalla porta di Brexit, sono rientrati dalla finestra, ma non è detto che basti ad accontentare tutti. Per esempio, l'Olanda ha fatto notare che, in base alla proposta di Michele, riceverebbe 1,576 miliardi di euro, 600 milioni in meno rispetto al 2014-2020.

Le dimensioni di Next generation Eu. Sarà uno dei nodi più difficili da sciogliere. I frugali non sono i soli a pensare che 750 miliardi siano troppi. È probabile che le critiche si concentrino sui 190 miliardi destinati ai capitoli del MFF piuttosto che sulla quota destinata direttamente agli Stati membri: non avrebbero nulla a che vedere con il Covid e sono un escamotage della Commissione per alzare il livello del MFF, dicono i critici. Dunque, è ragionevole aspettarsi dei tagli tra i 100 e i 150 miliardi, come anticipato dal Sole 24 Ore del 16 luglio, avvicinando l'importo ai 500 miliardi proposti da Merkel e Macron il 18 maggio scorso.

La distribuzione delle risorse. Distribuire i fondi sulla base dei dati macroecomici pre-Covid non è molto efficiente, perciò Michel ha proposto come correttivo la riserva del 30% da assegnare nel 2023 sulla base dei dati 2021 e 2022, in modo da concentrare gli aiuti sui Paesi e sui settori più colpiti. Una modifica accolta con favore, anche se c'è chi è preoccupato, come la Polonia, di perdere troppe risorse rispetto al regime iniziale.

Prestiti, sussidi a fondo perduto e governance. Nella proposta di partenza, due terzi dovrebbero essere aiuti a fondo perduto e un terzo prestiti. Alcuni Paesi vorrebbero che fossero solo prestiti, ma è considerata una richiesta irrealistica. Il tema si lega a quello della condizionalità e della governance che sarà di sicuro il punto più controverso di queste due giornate di negoziati. Chi decide se i soldi sono stati usati bene dagli Stati e se le riforme previste sono in linea con i criteri e con le raccomandazioni specifiche per ciascun Paese? L'Olanda chiede l'unanimità in Consiglio ma è del tutto isolata: persino gli altri frugali temono che il diritto di veto possa non solo paralizzare l’Unione, ma anche metterne a rischio l’integrità dal momento che ciascun Paese potrebbe bloccare i finanziamenti per un altro di cui non condivide le politiche.

Il clima è moderatamente ottimistico, tutti sono consapevoli della rilevanza della partita e prevale l’idea che un accordo possa essere raggiunto entro sabato 18. Ci sono ancora divergenze di opinione tra i leader, ma le posizioni si sono progressivamente avvicinate. In ogni caso, se l’intesa non dovesse arrivare, c’è ancora tempo per rivedersi entro fine luglio e chiudere la partita in modo da far partire al più presto il lungo percorso necessario per rendere operativi gli aiuti.

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