AnalisiL'analisi si basa sulla cronaca che sfrutta l'esperienza e la competenza specifica dell'autore per spiegare i fatti, a volte interpretando e traendo conclusioni al servizio dei lettori. Può includere previsioni di possibili evoluzioni di eventi sulla base dell'esperienza.Scopri di piùfase 3

Recovery Fund e Mes, nessun fondo è gratis. Neanche il piano Marshall lo è stato

Come ha sottolineato il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, i fondi europei «andranno pagati e per questo devono essere spesi bene, in infrastrutture e progetti utili», senza «perderli in rivoli». Anche l’allora ministro del Bilancio Luigi Einaudi nel 1948 disse che il denaro del fondo-lire doveva necessariamente servire a opere di ricostruzione

di Guido Gentili

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Come ha sottolineato il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, i fondi europei «andranno pagati e per questo devono essere spesi bene, in infrastrutture e progetti utili», senza «perderli in rivoli». Anche l’allora ministro del Bilancio Luigi Einaudi nel 1948 disse che il denaro del fondo-lire doveva necessariamente servire a opere di ricostruzione


4' di lettura

In un Paese che stenta a trovare la bussola per la ripartenza ed in cui gran parte della classe politica continua a progettare interventi con l'occhio rivolto alle prossime scadenze elettorali e, addirittura, all'elezione del Presidente della Repubblica nel 2022, fa bene il Governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco a sollecitare tutti ad una prova di realismo e concretezza.

Fondi europei non gratuiti

Già in apertura degli Stati Generali voluti dal premier Giuseppe Conte, Visco aveva detto che i fondi europei, di cui tanto si discute, «non potranno mai essere gratuiti». E conclusa a villa Pamphili la fase «progettante» dell'avvenire, ecco il nuovo richiamo: i fondi europei «andranno pagati, resterà su di noi il pagamento e per questo devono essere spesi bene, in infrastrutture e progetti utili», senza «perderli in rivoli», e l'Italia «deve avere la capacità di spenderli».

Le pretese del debito senza condizioni

La storia passata, recente e attuale dimostra che su questi terreni l’Italia è spesso scivolata e che alle promesse e agli annunci non ha fatto seguire i fatti. Oggi, per di più, contribuisce in negativo una certa atmosfera politico-culturale, già affermatasi prima del coronavirus e poi rafforzatasi dopo la violenta crisi che ne è derivata. Quella del debito “a gratis” e senza alcuna condizione, elevata a sostegno di ogni richiesta e dietro la quale il problema è la distribuzione del reddito, non la sua creazione e allargamento e, tanto meno, l'efficacia delle misure prese.

Le analogie con il piano Marshall

Per certi aspetti, fatte le dovute differenze storiche e politiche e il diverso spirito di coesione sociale dimostrato allora, il tema si pose anche nel secondo Dopoguerra, ai tempi del famoso piano Marshall finanziato dagli Stati Uniti. All’Italia andarono un miliardo e mezzo di dollari, la stragrande maggioranza dei quali a titolo di sovvenzioni e una piccola quantità come prestiti. L’operazione politicamente lungimirante (spinta verso una federazione economica europea) fu decisiva per la ripresa dell’Italia. Ma non tutto filò liscio, come dimostra il Country Study, il rapporto Hoffaman del 1949 dove accanto agli elogi comparivano anche diverse critiche: l'incapacità di formulare piani e direttive per assicurare la realizzazione della politica economica e nel ricostruire l'attrezzatura burocratica, la necessità di un'attrezzatura amministrativa indipendente dai principali ministeri, la necessità di uno stato maggiore professionale e tecnico con ottima preparazione, l'assenza di un organo governativo atto a tracciare una linea di condotta per lo sviluppo economico in un programma a lunga scadenza.

L’intervista di Einaudi

Un anno prima, nel 1948 in un'intervista a Il Tempo, era stato l’allora vicepresidente del Consiglio e ministro del Bilancio Luigi Einaudi, in precedenza dal 1945 Governatore della Banca d'Italia, a spiegare il Piano Marshall come «una medaglia a due facce». La prima quella “dono” di prodotti per la ripresa, indispensabile per l’Italia (per circa 400 miliardi di lire al cambio di allora) e la seconda quella «dell'uso imposto al Tesoro italiano per il ricavato della vendita dei prodotti ricevuti perché gli Usa ne chiedono il pagamento». Già, ma allora che dono è? Ecco il botta e risposta testuale dell'intervista a Einaudi, per molti aspetti ancora attuale oggi.

«È sempre un dono - risponde Einaudi - Gli Stati Uniti pretendono che il Tesoro italiano, ricevendo 400 miliardi di lire di frumento, carbone, combustibili e materie prime, ne versi l'intero ammontare (…) in un “fondo-lire” presso la Banca d'Italia. Che cioè il Tesoro paghi a sé stesso cosicché l'Italia misuri interamente la portata di questo dono e possa attraverso il Parlamento e gli altri organi incaricati di deliberare in materia, decidere il migliore impiego del denaro accumulato.

- Gli Stati Uniti non mettono nessuna condizione a questo uso?
- Sì, una sola: che gli italiani facciano l'uso che reputeranno migliore di questa somma a proprio beneficio, purché non la usino per tappare i buchi del bilancio corrente dello Stato.

- È ragionevole questa condizione?
- Essa è tale che se non ci fosse gli italiani dovrebbero metterla da se stessi. Se quella somma fosse impiegata a colmare il disavanzo ordinario del bilancio dello Stato essa incoraggerebbe la perpetuazione di tale disavanzo e nel 1952, quando il Piano Marshall avrà termine, l'Italia si troverebbe nella stessa situazione di ora col bilancio in disavanzo e senza aver nulla ricostruito.

- Quale uso quindi l'Italia dovrà fare del denaro del fondo-lire?
- Il popolo italiano lo deciderà, ma esso dovrà necessariamente servire a opere di ricostruzione, ripristino delle ferrovie, dei porti, continuazione delle bonifiche delle strade, potenziamento e rinnovamento degli impianti industriali.

- Sorgerà forse qualche controversia intorno a tali diversi usi?
- Qualche controversia potrà nascere, ed è perfettamente naturale che nasca. In un paese libero dove i problemi d'interesse pubblico sono e debbono essere oggetto di discussione, è naturale che si possano avere opinioni diverse su un argomento. È probabile che l'amministrazione delle Ferrovie dello Stato, che il Ministero dei Lavori Pubblici, che il Ministero dell'Agricoltura cerchino di volgere a proprio beneficio, e cioè a beneficio delle ferrovie, delle strade, dei porti, delle bonifiche, la massima parte di questo dono: ed è altrettanto naturale che l'industria affermi che una cospicua parte dei fondi debba invece essere rivolta al rinnovamento degli impianti industriali e specialmente di quelli distrutti dalla guerra o superati. Il problema potrà essere risolto, come tutti questi problemi debbono risolversi, con la formazione di una graduatoria fra i diversi fini mettendo in prima linea quelli che sono considerati i più importanti e i più urgenti.

- Chi deciderà?
- Dopo la discussione, che dovrebbe essere larga e completa, nell'opinione pubblica deciderà l'unico organo competente in materia: il Parlamento italiano.

Così Luigi Einaudi, nel 1948, ai tempi dell'European Recovery Plan. Nel 2020 stiamo parlando di Recovery Fund, MES, Recovery Plan (italiano). E nessun fondo è gratis, allora come oggi.

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