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Recovery Fund: l’Italia ha cantato vittoria troppo presto

C’è la possibilità che l’Ue ci ripensi anche perché non abbiamo ancora presentato il nostro piano di utilizzo. E i piani andranno approvati dai Paesi

di Giancarlo Mazzuca

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La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen e il primo ministro portoghese Antonio Costa, in occasione della presentazione del Recovery Plan portoghese - Epa

C’è la possibilità che l’Ue ci ripensi anche perché non abbiamo ancora presentato il nostro piano di utilizzo. E i piani andranno approvati dai Paesi


2' di lettura

Parole, parole, parole… Mai come, in questi giorni, ci siamo ricordati della celebre canzone di Mina rileggendo alcune delle tantissime ricette che sono state presentate per utilizzare al meglio i fondi (209 miliardi) che l’Europa ha deciso (per ora) di assegnare all’Italia con il Recovery Fund. Economisti e santoni della finanza hanno continuato a discettare su come utilizzare al meglio i fondi Ue. Per non parlare dei tanti politici che si sono presi il merito di aver portato a casa il massimo possibile dalla Ue.

I soldi Ue non si spendono, si investono

Le cose non sono andate proprio così perché la proposta originale, che è stata fatta dalla Merkel e da Macron con l’Italia alla finestra, ha dato modo alla Ue di assegnare ad ogni «partner» un finanziamento calcolato rigorosamente in base al Pil di ciascuno membro rapportato ai danni economici dovuti al Covid. E, ugualmente, non è stato neppure molto corretto sostenere, come ha fatto qualcuno, che i soldi europei «saranno spesi bene» perché i soldi presi in prestito (come nel caso della maggior parte dei fondi Ue a noi assegnati) non si devono «spendere» ma «investire».

Non tutto è già deciso

Ancora una volta è venuta, insomma, a galla la solita mentalità italica un po’ «furbetta». Ma il vero problema oggi sul tappeto è un altro. Molti in Italia parlano infatti – anche per la sicurezza ostentata dal premier Conte all’ultimo vertice di Bruxelles - come se tutto fosse già stato deciso in modo irrevocabile non tenendo affatto conto della possibilità che l’Europa ci ripensi anche perché non abbiamo ancora presentato il nostro piano di utilizzo dei fondi comunitari. Le recenti dichiarazioni degli ungheresi e di altri «frugalisti» dovrebbero, invece, metterci maggiormente in guardia per una ragione molto semplice: non dobbiamo dimenticare che i provvedimenti varati dall’Unione debbono avere l’«imprimatur» finale dai Parlamenti dei Paesi - membri: basterebbe, quindi, il veto tardivo di un «partner» per rimettere tutto in discussione.


Non possiamo far altro che pompare il debito pubblico

Insomma, prima di cantar vittoria, faremmo molto meglio a toccar ferro. Anche perché i tempi di erogazione dei quattrini Ue saranno lunghi: i primi soldi arriveranno solo a maggio del prossimo anno. E nel frattempo? Non possiamo fare altro che autofinanziarci «pompando» il debito pubblico. In un quadro così incerto abbiamo, però, una fortuna: continuare ad avere l'appoggio della Bce con le sue iniezioni di liquidità grazie al «quantitative easing». E ancora una volta, anche se a Francoforte ora non c’è più, dobbiamo dire un bel grazie a un certo signor Draghi che aveva inventato la formula…

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