la gestione del piano per la ripresa

Recovery plan, a che punto sono gli altri paesi europei

Sostegno all'industria e transizione sostenibile le principali scelte della presidenza francese. Sanità e sostenibilità all'insegna della decarbonizzazione le parole d'ordine della Germania.

di Dino Pesole

4' di lettura

Nel confuso dibattito politico di casa nostra, il tema (per la verità trattato con tale vivacità solo da noi) della composizione e della struttura della cosiddetta cabina di regia (o governance che si voglia dire) per gestire la partita del Recovery Fund (circa 209 miliardi, suddivisi in 127 miliardi di prestiti e 82 miliardi di trasferimenti), viene evocato mettendo in campo l’esempio di altri paesi a noi vicini, Francia e Germania in testa. Secondo la vulgata prevalente, Parigi e Berlino sarebbero molto più avanti di noi nella predisposizione dei relativi piani nazionali di ripresa e resilienza. Vediamo di fare un po' di chiarezza.

I tempi di “consegna” dei piani nazionali

I Piani nazionali per la ripresa e la resilienza (PNRR) degli Stati membri possono essere presentati per la prima valutazione da parte della Commissione nel momento in cui il dispositivo entrerà effettivamente in vigore. Dopo il faticoso via libera al Piano finanziario pluriennale 2021-2017 (1.074 miliardi) da parte del Consiglio europeo del 10 dicembre può ora partire la fase che prelude alla finalizzazione dei 750 miliardi del Recovery Fund, che la Commissione Ue raccoglierà sul mercato attraverso l'emissione di bond europei. Prima di questo passaggio è atteso il relativo Regolamento attuativo che verrà predisposto entro metà gennaio. A partire da quella data, e fermo restando il termine ultimo del 30 aprile 2021, tutti gli Stati membri dovranno far pervenire i rispetti Piani, nella loro formulazione definitiva (e non più dunque sotto la veste di linee guida o bozze). La Commissione avrà a disposizione due mesi per le sue valutazioni e per proporre al Consiglio Ecofin l'approvazione del Piano nazionale. Come segnala la relazione messa a punto dalle Commissioni riunite Bilancio e Politiche dell'Unione europea del Senato dello scorso 13 ottobre, il Consiglio Ecofin dovrà approvare il Piano con un atto di attuazione (implementing act), da adottare a maggioranza qualificata entro quattro settimane dalla presentazione della proposta della Commissione europea. Dalla presentazione formale del Piano potrebbero quindi passare alcuni mesi per l'approvazione, per effetto della quale vi sarà poi la possibilità di accedere al 10% dell'importo complessivo (circa 20 miliardi nel caso dell'Italia). Il tutto fa dunque ritenere che tra un passaggio e l'altro (lo stesso Recovery Plan dovrà essere sottoposto all'approvazione dei Parlamenti nazionali), l'erogazione della prima tranche non avverrà prima della prossima primavera inoltrata, forse anche oltre. Da questo punto di vista, il nostro Paese è dunque entro il timing fissato a livello europeo.

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Lo stato di avanzamento dei Piani nazionali

Diverso è il discorso se il focus si sposta sullo stato effettivo di avanzamento dei progetti e dei piani di investimento da inserire nel Piano nazionale. Da noi il lavoro preliminare di ricognizione è partito lo scorso agosto, e ora occorrerà stringere i tempi. Per farlo occorrerà in via preliminare stabilire l'intera struttura di governance, ed è proprio questo il casus belli che sta provocando notevoli fibrillazioni politiche all'interno della maggioranza che sostiene il Governo. Le obiezioni avanzate da Matteo Renzi sulla struttura e composizione della cabina di regia, così come immaginata in partenza da Palazzo Chigi (con annesse le accuse di eccessiva centralizzazione degli interventi e di conseguente esautoramento delle prerogative ministeriali e parlamentari), condivise anche da una parte del Pd, lasciano prevedere che i tempi della necessaria soluzione di compromesso finiscano per collidere con l'urgenza della definizione (con annessi stanziamenti e cronoprogramma) dei relativi progetti. Da questo punto di vista, certamente l'Italia è in ritardo, considerato che la gestione di una così ingente mole di risorse non può che richiedere la massima condivisione e unità di intenti da parte della coalizione che sostiene il Governo. Più che discutere però di ritardi e cabine di regia, sarebbe auspicabile che il Governo attivasse in fretta un tavolo di confronto con le parti sociali, per l'individuazione di linee di azione comuni. In gioco è la “ricostruzione” del Paese dopo una pandemia senza precedenti, e dunque dovrebbe prevalere una sorta di “spirito costituente” con il massimo coinvolgimento del Parlamento e dunque anche dell'opposizione.

La Francia ha già fatto “i compiti a casa”?

In Francia, il presidente Emmanuel Macron (con l'enfasi tipica della “grandeur” francese) ha mobilitato già da tempo le migliori (e riconosciute) expertise della propria amministrazione pubblica, che fa capo alla prestigiosa Ena. Il risultato è riassunto nel sito web “France Relance” in cui si parte dal più complessivo “Piano di sostegno” messo in campo per far fronte alla pandemia (470 miliardi) e affidato con annessi i fondi del Recovery Fund (39 miliardi) al ministro “dell'Economia, delle Finanze e del Rilancio”, Bruno Le Maire. Il 16 novembre è stato pubblicato un “tableau de bord” in cui sono riassunte le tappe di realizzazione del Piano: quattordici misure definite “emblematiche” con annesso il relativo cronoprogramma di realizzazione dei singoli progetti. Sostegno all'industria e transizione sostenibile le principali scelte della presidenza francese. Si intende finanziare un piano nazionale per la ripresa da 100 miliardi di euro, coperto in parte dai 40 miliardi di garanzie comuni. Accanto al sostegno alle imprese e agli stimoli per l'innovazione trovano un ampio spazio le misure per l'occupazione (circa 20 miliardi), e il sostegno alle famiglie a basso reddito. Nell'agenda sostenibile francese, trovano spazio l'isolamento termico degli edifici e degli ospedali, oltre a investimenti nell'idrogeno.

In Germania priorità alle risorse per il digitale e le infrastrutture

Sanità e sostenibilità all'insegna della decarbonizzazione le parole d'ordine della Germania, che intende investire buona parte della propria quota-parte delle risorse del Next Generation EU, pari a circa 29 miliardi per progetti relativi all'ammodernamento digitale della scuola, per l'occupazione e le infrastrutture. In primo piano poi la riconversione degli impianti di condizionamento negli edifici pubblici e privati, la riforma della burocrazia e dell'apparato nel segno della maggiore efficienza.

La Spagna punta alla sanità e al lavoro

Per risorse complessive, la Spagna è il secondo beneficiario delle risorse previste da Next Generation EU(140 miliardi, di cui 73 miliardi sotto forma di prestiti e 67 miliardi di sovvenzioni). Il governo di Pedro Sanchez sta mettendo a punto l'agenda delle riforme da legare all'erogazione di queste risorse e prevede politiche a sostegno del lavoro, la semplificazione degli incentivi alle assunzioni, cui si aggiungono i capitoli della ricerca e dell'innovazione, della transizione sostenibile attraverso progetti diretti all'efficienza energetica nel settore dell'edilizia, energia elettrica pulita da fonti rinnovabili.


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