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Recovery Plan e fondi Ue, ultima chance per il sud Italia: 210 miliardi da spendere in 7 anni

Per due terzi sono finanziamenti europei, tra fondi strutturali e Recovery Plan. Il resto sono risorse nazionali. Necessari un cambio di passo delle classi dirigenti e il coinvolgimento attivo dei cittadini

di Giuseppe Chiellino

(AdobeStock)

4' di lettura

Non si può più dire che il rilancio del Mezzogiorno è una questione di soldi. Se nei prossimi sette anni l’economia delle regioni del Sud non riuscirà a decollare per allinearsi ai ritmi di crescita del resto del Paese e magari anche un po’ di più, più vicina alla media europea, non dipenderà dalle risorse a disposizione.

Nei prossimi sette anni le sette regioni italiane che secondo i criteri europei sono classificate come meno sviluppate (Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia) avranno a disposizione circa 210 miliardi di euro di risorse pubbliche (si veda il dettaglio nell’infografica), per oltre due terzi finanziati dall’Unione europea attraverso il Recovery Plan, i fondi strutturali 2021-2027, compresi quelli destinati allo sviluppo rurale (Feasr) oltre che il Fondo sociale (Fse) e il Fondo per lo sviluppo regionale (Fesr). La quota nazionale arriva dal cofinaziamento obbligatorio dei fondi strutturali europei e soprattutto (56 miliardi) dal Fondo sviluppo e coesione che però guarda all’orizzonte del 2032. L’importo cresce ulteriormente se si considera anche la quota della programmazione 2014-2020 che l’Italia deve spendere entro il 2023: 29,7 miliardi, come ha spiegato la ministra per il Sud, Mara Carfagna, il 19 maggio in Parlamento.

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LE RISORSE EUROPEE E NAZIONALI PER IL MEZZOGIORNO
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Gli obiettivi dei finanziamenti europei

Una piccola parte delle risorse in questione è sostanzialmente già stata spesa. Gli 8,4 miliardi di React-Eu, per esempio, oltre alle spese sanitarie straordinarie legate alla pandemia, serviranno a finanziare tra l’altro gli sgravi fiscali per le assunzioni di lavoratori nelle imprese del Mezzogiorno, in particolare di giovani e di donne. Tra le iniziative anche la riduzione delle tasse universitarie e borse di studio.

I programmi nazionali e regionali finanziati dal Fesr e dal Fse, come prevedono i regolamenti europei, sono destinati soprattutto a sostenere progetti di innovazione, l’imprenditorialità, le transizioni digitale e verde (in linea con il Next Generation Eu) e le reti di trasporto. Completano gli obiettivi investimenti per agevolare l’accesso a servizi sanitari, educativi e culturali di qualità, integrare i migranti e combattere l’esclusione sociale. Tra i programmi operativi che l’Italia sta mettendo a punto ci sarà un nuovo programma per la sanità (600 milioni) e verrà quasi raddoppiato a circa 2 miliardi il Pon Metro che non si limiterà a finanziare progetti nelle 14 città metropolitane ma viene esteso ai capoluoghi di medie dimensioni.

Ma la fetta più importante è quella di oltre 80 miliardi che arriverà dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, (Pnrr) o Recovery Plan che, nel rispetto dei paletti condivisi dai 27 Stati membri dell’Unione europea, destina il 37% delle risorse alla transizione verde e il 20% a quella digitale. Secondo le sei missioni in cui si articola il Pnrr, gli investimenti saranno in infrastrutture sia fisiche sia digitali, per la mobilità sostenibile ma anche in istruzione e ricerca, inclusione e coesione sociale e per la salute. Una delle opere più significative che il Pnrr dovrebbe avviare sarà l’alta velocità ferroviaria da Salerno, dove si ferma oggi, fino a Reggio Calabria.

Grandi opere a parte, i rischi di sovrapposizione con gli altri fondi sono reali, tanto che uno dei tavoli di lavoro aperti tra Roma e Bruxelles ha proprio l’obiettivo di chiarire “chi fa cosa”: Pnrr o fondi strutturali?

Difficoltà di spesa croniche

Un impegno imponente, che mette paura se si tiene conto delle croniche difficoltà che le regioni del Sud (non tutte, per la verità) non hanno ancora risolto nella gestione degli investimenti pubblici. Le riforme che accompagnano gli investimenti devono sciogliere tutti questi nodi, a cominciare dalla bassa capacità amministrativa sia a livello centrale sia regionale che impedisce di utilizzare in tempi ragionevoli le risorse disponibili. È un classico il rally di fine anno per evitare il disimpegno automatico dei fondi europei, con tanto di “progetti sponda” che sostituiscono quelli in ritardo. Un nodo , questo, che ne richiama un altro: la difficoltà a completare le opere pubbliche. Una spirale perversa che rende più facile il taglio degli investimenti pubblici, là dove le risorse non vengono utilizzate: tra il 2008 e il 2018, la spesa pubblica per investimenti nel Mezzogiorno si è infatti più che dimezzata ed è passata da 21 a poco più di 10 miliardi.

«Abbiamo imparato - ha avvertito poche settimane fa il premier Mario Draghi - che tante risorse non portano necessariamente alla ripartenza del Mezzogiorno».

A fronte di 47,3 miliardi di euro programmati nel Fondo per lo Sviluppo e la Coesione dal 2014 al 2020, - aveva ricordato sempre Draghi in occasione di un’iniziativa della ministra Carfagna - alla fine dello scorso anno erano stati spesi poco più di 3 miliardi, il 6,7%. Nel 2017, in Italia erano state avviate ma non completate 647 opere pubbliche. In oltre due terzi dei casi, non si era nemmeno arrivati alla metà. Il 70% di queste opere non completate era localizzato al Sud, per un valore di 2 miliardi. Un quadro impietoso che le riforme dovrebbero correggere. La prima riforma, la più difficile e che nessuno può finanziare, è il cambio di mentalità delle classi dirigenti e il coinvolgimento attivo dei cittadini. Ma è una scommessa che il Paese non può perdere.

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