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Recovery plan, perché la vera sfida è andare oltre il raddoppio del Pil

Occorrerebbe puntare a tassi di crescita più consistenti, pari almeno al 2% l'anno. Un obiettivo alla portata della nostra economia, a patto che si adottino le scelte giuste, che le risorse non vengano disperse in mille rivoli, e che si ci concentri sulle vere urgenze e priorità del paese

di Dino Pesole

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(max dallocco - stock.adobe.com)

Occorrerebbe puntare a tassi di crescita più consistenti, pari almeno al 2% l'anno. Un obiettivo alla portata della nostra economia, a patto che si adottino le scelte giuste, che le risorse non vengano disperse in mille rivoli, e che si ci concentri sulle vere urgenze e priorità del paese


4' di lettura

Da oltre un quindicennio il nostro Paese si trova a dover far fronte a un lungo ciclo di crescita stagnante. Un problema di natura strutturale, che affonda le sue radici in buona parte in fattori che frenano lo sviluppo, dalla scarsa efficienza dell'apparato pubblico e amministrativo ai tempi abnormi della giustizia civile, da una persistente e carente produttività a un sistema di tassazione iniquo e squilibrato per effetto dell'alta evasione. L'occasione offerta dal Recovery Plan, come si legge nelle linee guida inviate al Parlamento, è unica e irripetibile, per la mole degli stanziamenti in campo e per le opportunità che vengono offerte al nostro Paese. Ma i rischi sono dietro l'angolo.

Occorre puntare più in alto

Il Governo annuncia l'intenzione di “raddoppiare” il tasso di crescita registrato negli ultimi anni. Come precisa il ministero dell'Economia la crescita del Pil nell'ultimo decennio è stata pari allo 0,2%. Anche prendendo come base gli ultimi sei anni (dunque depurando il decennio dal suo periodo peggiore) la crescita italiana (0,8%) è ben lontana dalla media europea che si attesta all'1,6%. Questione di decimali? Il problema è che occorrerebbe puntare a tassi di crescita più consistenti, pari almeno al 2% l'anno. Un obiettivo alla portata della nostra economia, a patto che si adottino le scelte giuste, che le risorse non vengano disperse in mille rivoli, e che si ci concentri (come peraltro è indicato nelle Linee guida) sulle vere urgenze e priorità del paese. I sei capitoli del Piano nazionale di ripresa e resilienza possono sia trasformarsi in progetti credibili che guardino al futuro del Paese, sia finire nel lungo elenco delle occasioni mancate.

Le sei “missioni” in linea con le raccomandazioni di Bruxelles

Si parte dalla digitalizzazione e si passa per la rivoluzione verde, lo sviluppo delle infrastrutture, l'istruzione, la formazione, la ricerca e la cultura, l'equità sociale, di genere e territoriale. In primo piano la salute, da rafforzare e sostenere. Tutti obiettivi condivisibili, al pari dell'impegno ad aumentare gli investimenti portandoli al 3% del Pil, a conseguire un aumento del tasso di occupazione di 10 punti percentuali salendo dall'attuale 63% dell'Italia al 73,2% dell'attuale media Ue; portare la spesa per ricerca e sviluppo al 2,1% rispetto all'attuale 1,3%. Si tratta di obiettivi che paiono in linea con le raccomandazioni (peraltro ampiamente disattese) che la Commissione europea rivolge da anni al nostro paese. Ora si passerà alla definizione dei progetti, troppi finora (560 solo dai ministeri). Il criterio di selezione non potrà che comprendere una puntuale misurazione dell'impatto previsto sulla crescita dai singoli progetti infrastrutturali, sia materiali che immateriali. Quanto al fisco, una revisione dell'attuale sistema di tassazione pare ineludibile, e una parte delle fonti di finanziamento andrà individuata nella riduzione dei sussidi “ambientalmente dannosi”. Green e digitale sono le parole d'ordine che ricorrono in ogni pagina del documento.

Più crescita per ridurre il debito

Portare il tasso di crescita medio annuo almeno attorno al 2% consentirebbe, in presenza di un avanzo primario tra il 2 e il 3% del Pil, di avviare la riduzione del debito “in automatico”. Più crescita (il “denominatore”), più entrate fiscali e più occupazione, meno debito (il “numeratore”). E non va sottovalutato il segnale da inviare ai mercati. Si potrà far conto sia sui risparmi che sarà possibile conseguire grazie al combinato dei diversi strumenti attivati da Bruxelles (11 miliardi in cinque anni), sia sull'effetto che potremmo definire “di credibilità” connesso al primo che si trasferirà ai mercati. Renderebbe più credibile l'altro segnale, strettamente connesso al primo, che comunque andrà inviato già con la prossima Nota di aggiornamento al Def di fine settembre: l'impegno, una volta dribblato il tornante del 2020, ad avviare una graduale riduzione del rapporto debito/pil nel 2021-2023 proprio grazie a una crescita più sostenuta. Per questo occorre più ambizione e provare ad alzare l'asticella della crescita attesa dal 2021 in poi. Certamente non vi saranno richieste da parte di Bruxelles – data la crisi in atto – di riduzioni forzate e draconiane del debito. Tuttavia, spostando il ragionamento sul versante fondamentale delle aspettative, di certo i mercati e i partner europei attendono dal Governo proprio un preciso e credibile segnale in direzione della graduale ma costante riduzione del rapporto debito/pil.

Investimenti e riforme per spingere il Pil

Ecco allora che occorrerà combinare l'effetto di investimenti e riforma per provare a conseguire tassi di crescita più sostenuti. Da questo punto di vista, sarebbe quanto mai opportuno che il Governo – trascorsa la tornata elettorale - chiarisse al più presto, previo coinvolgimento del Parlamento, se intenda o meno ricorrere al “Mes pandemico”. Non è un dettaglio, perché 36 miliardi da indirizzare in tempi rapidi al sostegno del nostro sistema sanitario aprirebbero spazi anche per l'indotto (nel caso dell'ammodernamento degli ospedali e dei pronto soccorso), per l'occupazione (l'assunzione di medici e infermieri), e dunque per l'economia nel suo complesso. Un contributo al Pil, in poche parole. Per il resto, l'elenco degli interventi di cui si parla nelle linee-guida va certamente bene. Si tratta di tradurlo in pratica, come nel caso del cablaggio con fibra ottica delle infrastrutture scolastiche e universitarie, e della loro riqualificazione in chiave di efficienza energetica e antisismica. Nello stesso capitolo il governo pensa anche all'arrivo di infrastrutture per e-learning e il potenziamento degli asili e dei nidi tra zero e sei anni. Decisivo il capitolo della digitalizzazione, con il completamento della rete in fibra, lo sviluppo del 5G e l'identità digitale.

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