Fondi europei

Recovery Plan, sale al 70% la quota di investimenti. Bonus ridotti al 30%

Ulteriore crescita dei dei «nuovi progetti», si attestano a 143 miliardi. Alla Sanità 19,7 miliardi, crescono donne e sud. Ultimi ritocchi di Gualtieri.

di Giorgio Santilli e Gianni Trovati

Recovery Plan, Conte prova a stringere sui tempi

3' di lettura

L’ultima revisione del Recovery Plan a cui il ministero dell’Economia ha lavorato fino a giovedì 7 gennaio punta a spingere verso il 70% la quota di risorse dedicate agli investimenti, limitando ancora la parte dedicata a bonus e sussidi. E dà un’altra spinta di qualche miliardo ai progetti aggiuntivi, quelli che non sono già contemplati nei programmi di finanza pubblica e servono ad accelerare la crescita italiana.

Ai 120 miliardi aggiuntivi (sul totale di 196) già definiti dalle bozze dei giorni scorsi ne erano stati aggiunti altri nove nelle tabelle delle ultime ore, ma Via XX Settembre raccomandava grande prudenza perché alla fine probabilmente solo una parte di quei nove saranno confermati. Alla fine si potrebbe chiudere intorno a 125 miliardi aggiutivi o poco oltre. Comunque un segnale forte alle forze politiche, considerando che con la prima bozza si era partiti da 105 miliardi aggiuntivi. Venti miliardi in più per rafforzare il piano della crescita (e per i partiti l’occasione di distribuire risorse sulle loro priorità), ma al tempo stesso una tenace resistenza a non andare troppo oltre, come pure chiedeva inizialmente il leader di Italia Viva, Matteo Renzi. La preoccupazione, dichiarata esplicitamente dal ministro Gualtieri nei giorni scorsi, era di non aumentare troppo il deficit. Le risorse aggiuntive si compongono infatti della totalità delle sovvenzioni europee a fondo perduto (68 miliardi) e di una quota di prestiti: le prime non fanno deficit, le seconde sì.

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Martedì sera il documento era nelle mani del ministro Gualtieri per l’ultima revisione prima di partire alla volta di Palazzo Chigi. E oggi il ministro, a quanto trapela da fonti di maggioranza, avrebbe illustrato la bozza al premier in una lunga riunione a Palazzo Chigi, insieme ai ministri degli Affari Ue e del Sud, Enzo Amendola e Peppe Provenzano, che hanno lavorato insieme al Mef alla stesura del documento aggiornato.

Il riordino dell’impianto

Il lavoro degli ultimi giorni - prima con il ministro delle Politiche europee, Vincenzo Amendola, poi la lunga giornata al Mef, poi in serata un’ultima riunione notturna fra i due ministri - ha svolto una revisione profonda dell’impianto, che perde il lungo elenco di microprogetti da poche centinaia, e a volte decine, di milioni, figli di proposte spesso localistiche. Molti saranno accorpati, altri cancellati anche perché possono essere recuperati sotto altri programmi Ue ordinari come i Pon e i Fondi europei di sviluppo regionale. In altri casi, come quelli del finanziamento agli investimenti stradali, è stata ancora Bruxelles a intervenire per ricordare che per la Ue sostenibilità significa ferrovie, non strade. Alla fine si dovrebbe arrivare a ridurre l’elenco delle 52 linee di intervento, che poi erano diventate 55 nelle ultime ore, ma che richiedevano un intervento definitivo di risistemazione e accorpamento.

L’obiettivo che ha guidato il ministro dell’Economia Gualtieri e i suoi uomini nella preparazione del documento che arriva sui tavoli di Palazzo Chigi è stato quello di rafforzare i pilastri del piano, rappresentati anzitutto dalle due parole d’ordine prioritarie europee, transizione ecologica e digitale, e poi da sanità (il capitolo totalizzerebbe circa 18 miliardi compresa la quota per l’edilizia), infrastrutture, istruzione e formazione, occupazione femminile (anche con un rafforzamento del piano per gli asili nido e le scuole materne) e giovanile e ripresa dei settori a partire dal turismo.

Verso un doppio esame: Ue e Roma

L’obiettivo del piano è provare a superare un doppio esame: quello in Europa, dove le prime ipotesi infarcite di micro-interventi e di bonus settoriali non avevano acceso particolari entusiasmi, e quello a Roma, dove il piano entra nel frullatore dei negoziati nella maggioranza insieme a Mes, delega sui servizi, composizione del governo e destino del presidente del Consiglio.

Anche per questa ragione quello elaborato dall’Economia è un documento ancora aperto: che accoglie alcune richieste chiave dei partner di maggioranza come la spinta ulteriore sugli investimenti, accompagnata da una clausola che dovrebbe garantire al Mezzogiorno il 40% degli impegni di spesa, ma attende di essere completato una volta definito l’esito dello stallo nella maggioranza. In un calendario che si allunga ancora alimentando le preoccupazioni intorno al decollo del piano italiano. La scadenza di fine aprile entro cui presentare a Bruxelles la proposta non è poi così lontana, considerando, oltre alle turbolenze della maggioranza, i passaggi inevitabili in Parlamento e del confronto con le parti sociali.

Salvo (per ora) il superbonus del 110%

Tra le poche voci salvate dalla ripulitura dei bonus ci sarà il 110%, su cui Via XX Settembre rimane orientata al meccanismo costruito con la mezza proroga nella legge di bilancio, fino alla scadenza del 30 giugno 2022. Sarà però una delle grandi discussioni al tavolo della maggioranza quando Conte deciderà di convocarlo. Qualche incognita in più circonda la sorte finale della decontribuzione generalizzata per le imprese del Mezzogiorno, che deve ancora affrontare le verifiche di compatibilità europee.

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