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Recovery plan: tre scenari dopo lo strappo di Renzi

Si è aperta una frattura nella maggioranza che sostiene il governo. Crisi politica, dunque, latente che potrebbe covare nella cenere fino alla prossima occasione di scontro, con diversi scenari e conseguenze per l’economia e i conti pubblici

di Dino Pesole

Conte: confidiamo superare veto Polonia-Ungheria su Recovery fund

Si è aperta una frattura nella maggioranza che sostiene il governo. Crisi politica, dunque, latente che potrebbe covare nella cenere fino alla prossima occasione di scontro, con diversi scenari e conseguenze per l’economia e i conti pubblici


4' di lettura

Al momento, non è dato sapere se e quando il braccio di ferro tra il leader di Italia Viva, Matteo Renzi e il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte sul tema della governance del Recovery Plan degenererà in aperto dissidio e quindi nella possibile crisi di governo. Quel che è certo è che si è aperta una frattura nella maggioranza che sostiene il Governo, come lasciano intendere i diffusi distinguo sulla vera o presunta attitudine all'accentramento delle decisioni da parte del premier che vanno emergendo anche nel Pd. Crisi politica, dunque, latente che potrebbe covare nella cenere fino alla prossima occasione di scontro, con diversi scenari e conseguenze che si prospettano per la gestione della pandemia, per l'economia e i conti pubblici.

Lo scenario di una crisi a breve

Nell’ipotesi che, votata la legge di Bilancio, si possa aprire tra la fine dell’anno e l’inizio del prossimo una crisi di governo vera e propria, il problema più rilevante (con evidenti ripercussioni anche in sede europea) si concentrerebbe proprio nella definizione dei contenuti del Recovery Plan, attesa a Bruxelles entro gennaio/febbraio, nonché nella fase attuativa vera e propria dei singoli progetti sia sul versante delle riforme in cantiere che in quello degli investimenti in infrastrutture materiali e immateriali. Certo, tutto dipenderà da quali sbocchi potrà avere la crisi, ma se si realizzerà lo scenario ritenuto più probabile (ma poco auspicabile dalle stesse forze politiche della maggioranza), se cioè si andrà diritti verso elezioni politiche anticipate, ecco allora che l'intero percorso di attuazione del Recovery Plan non potrà che subire uno stop per diversi mesi. La fase che intercorre tra l’eventuale scioglimento anticipato del Parlamento, le elezioni e la formazione del nuovo governo non sarà inferiore ai tre mesi, nel migliore dei casi (dipenderà dall'esito delle elezioni). In caso poi di un cambio di maggioranza, pare improbabile che il nuovo governo recepisca sic et simpliciter la strategia di politica economica che costituisce la base indispensabile per la finalizzazione e il completo utilizzo dei 209 miliardi assegnati al nostro Paese dal Next Generation Eu. Il tutto andrebbe ricontrattato in sede europea, con incognite non da poco sui tempi effettivi di erogazione della prima tranche delle risorse europee, indicate nella bozza del Recovery Plan in 24,9 miliardi per l’intero 2021.

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Le incognite dei mercati

Vi sarebbe poi da mettere in conto la reazione dei mercati rispetto a un così rapido sbocco della crisi verso nuove elezioni. É vero che lo spread è ora saldamente in zona sicurezza (nei dintorni dei 117 punti base) grazie soprattutto agli stimoli monetari già in campo per oltre 1.300 miliardi e agli ulteriori 500 miliardi in arrivo. Gli attuali livelli dei tassi si manterranno estremamente contenuti per tutta la durata della pandemia, ma questa rete di sicurezza potrebbe rivelarsi non del tutto sufficiente a evitare il rischio di un'eventuale reazione negativa dei mercati all'esplodere di una crisi di governo con sbocchi incerti, considerato che il debito pubblico si avvia a raggiungere la cifra record del 158% del Pil.

I rischi del “galleggiamento”

Non meno problematica si prospetta la situazione, se si andrà verso una fase di galleggiamento, se non addirittura di stasi dell'azione di governo. É del tutto evidente che l'occasione senza precedenti (e irripetibile) offerta dall'enorme flusso di risorse in arrivo dall'Unione europea dovrà essere gestita e sfruttata a pieno da un governo che goda di un'ampia e condivisa fiducia da parte delle forze politiche che lo sostengono. È una precondizione che non riguarda solo il nostro paese. Poiché l’Italia è il maggior beneficiario delle risorse del Recovery Fund, potrebbero manifestarsi resistente e distinguo soprattutto dai paesi più rigoristi del Nord Europa. I fondi saranno reperiti sul mercato dalla stessa Commissione europea, e quindi la precondizione è che sia garantito il massimo sostegno politico da tutti i paesi membri.

Il compromesso

Se si arriverà a individuare una sorta di compromesso sulla governance, sulla cabina di regia, sul ruolo dei singoli dicasteri e del Parlamento, l'incognita maggiore riguarderà il monitoraggio in progress dei singoli progetti. Anche in questo caso, occorrerà coesione e condivisione delle linee guida e del percorso di attuazione, così da prevenire eventuali obiezioni nella fase di monitoraggio da parte della Commissione Ue sullo “stato di avanzamento” delle riforme e del piano di investimenti, in base al quale verranno calibrate le tranche annuali degli stanziamenti. Il giudizio finale spetterà alla Commissione e al Consiglio che si esprimerà a maggioranza qualificata. E potrà anche scattare il cosiddetto “freno di emergenza”, un avvertimento lanciato all'indirizzo del paese inadempiente, che di fatto potrà sospendere la procedura fino a un massimo di tre mesi per l'erogazione dei fondi. Il tutto tenendo in debito conto che, qualora il governo Conte2 riuscisse a superare indenne questo complesso tornante politico, a partire dalla prossima estate scatterà il “semestre bianco” al Quirinale (il mandato di Sergio Mattarella scadrà a febbraio del 2022), e dunque non si potrà procedere allo scioglimento anticipato del Parlamento. Si dovrebbe a quel punto (nel caso la crisi esplodesse a ridosso dell'estate) dar vita comunque a un nuovo governo. Anche in questo caso, incognite e rischi sono dietro l'angolo.

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