«Red Rocket», delude Sean Baker con un film fiacco e inconcludente
In concorso il nuovo lungometraggio del regista americano non ricambia le alte aspettative. In lizza per la Palma d'oro anche «Titane» e «The Story of My Wife»
di Andrea Chimento
3' di lettura
Un'altra delusione a stelle e strisce nel concorso di Cannes: dopo il debolissimo «Flag Day» di Sean Penn, arriva un'altra pellicola americana ben al di sotto delle aspettative della vigilia.
Si tratta di «Red Rocket», nuovo lungometraggio del talentuoso Sean Baker, regista che si era messo in luce con «Tangerines» e «Un sogno chiamato Florida».
Protagonista di «Red Rocket» è un attore e produttore pornografico, che torna in Texas dopo aver cercato di fare fortuna a Hollywood. Rientrato a casa con sua moglie e sua suocera, sembra aver iniziato una nuova vita, ma quando incontra una ragazza molto più giovane di lui, che lavora come cassiera in un negozio di ciambelle, il richiamo del suo vecchio lavoro torna a farsi sentire.C
ome in buona parte dei suoi film precedenti, Baker cerca di dipingere le tante ombre e le poche luci della provincia americana e lo fa, anche in questo caso, con un film che mescola dramma e commedia: «Red Rocket» è una pellicola dolceamara, che prova a tratteggiare un piccolo gruppo di personaggi come rappresentativo degli Stati Uniti odierni.
Un film ripetitivo
Baker vuole dare vita a una panoramica dal sapore (anche) politico, vista la continua presenza in televisione di Donald Trump, che enuncia una serie di messaggi decisivi per rendere gli Stati Uniti quelli che vengono mostrati nella pellicola.Peccato però che siano spunti e riflessioni che rimangono unicamente in superficie all'interno di una narrazione inconcludente a livelli colossali e che finisce per girare attorno a un paio di concetti per tutte le sue circa due ore di durata.
In questo ennesimo lungometraggio sulla fine del sogno americano non è facile trovare elementi originali e davvero degni di nota, fatta eccezione per una discreta rappresentazione dei personaggi, che finiscono per risultare credibili al punto giusto.Per il resto siamo di fronte a un lavoro ridondante e autocompiaciuto, che finisce per offrire ben poco allo spettatore.
Titane
Decisamente più anticonvenzionale è un altro titolo in concorso, «Titane», uno dei film più estremi visti quest'anno sulla Croisette.Opera seconda della regista francese Julia Ducournau, dopo il sorprendente «Raw» del 2016, «Titane» parla di una ballerina che, quando era piccola, è rimasta vittima di un terribile incidente automobilistico: è riuscita a sopravvivere solo grazie a una placca di titanio che i medici le hanno impiantato sul lato destro del cranio. Quell'operazione ha cambiato totalmente il suo modo di approcciarsi agli esseri umani e… alle macchine.
Film durissimo, controverso e pensato per dare un vero e proprio shock agli spettatori, «Titane» è una visione impegnativa, che alterna momenti di grande fascino ad altri passaggi totalmente fuori luogo, esagerati e a rischio di risultare involontariamente ridicoli.Nel percorso della protagonista, segnato da omicidi e da una gravidanza inaspettata, ci sono una serie di riferimenti al cinema del passato (a «Crash» di David Cronenberg, in primis) e al filone cyberpunk che possono incuriosire, ma anche risultare spesso pretestuosi.All'interno di una visione costellata di passaggi piuttosto deboli si inseriscono però alcune sequenze degne di nota, che mostrano il talento della regista transalpina, a partire dai diversi momenti di ballo che rappresentano il vero senso dell'operazione.
The Story of My Wife
Infine, sempre in competizione, è stato presentato anche «The Story of My Wife» della regista ungherese Ildikó Enyedi.Tratto dal romanzo omonimo di Milán Füst, il film racconta di un capitano di una nave mercantile che, per scommessa, chiederà di sposarlo alla prima donna che entra nel locale in cui si trova.Melodrammone d'altri tempi, «The Story of My Wife» è un film in cui il peso delle quasi tre ore di durata si sente eccessivamente: senza dubbio prolisso, il lungometraggio soffre soprattutto nella parte centrale, anche per una serie di sequenze decisamente di troppo.La confezione è discreta, così come il lavoro degli attori (Léa Seydoux, soprattutto), ma si fatica a riconoscere il tocco personale dell'autrice ungherese, che aveva conquistato l'Orso d'oro al Festival di Berlino del 2017 con «Corpo e anima».
loading...