il flop delle politiche attive del lavoro

Reddito di cittadinanza, ai centri per l’impiego manca un miliardo

di Francesca Barbieri e Alberto Magnani

Di Maio: senza reddito cittadinanza non voteremo def

6' di lettura

Quando si parla di Italia, non è solo la misura del deficit a inquietare Bruxelles. Ora che si è arrivati all’accordo tra le diverse anime del Governo sulla nota di aggiornamento al Def, con l’invio a Bruxelles della lettera di Tria che conferma il deficit nominale al 2,4% per il 2019, in discesa al 2,1% nel 2020 e all’1,8% nel 2021, nel documento presentato alle Camere 10 miliardi sono destinati al reddito di cittadinanza. Di questi «un miliardo - ha comunicato Palazzo Chigi - servirà a potenziare i centri per l’impiego», come già anticipato dal vicepremier Luigi Di Maio. Esattamente la metà di quanto indicato nel contratto di Governo tra Lega e Movimento 5 Stelle (dove se ne ipotizzavano due). La riforma sarà contenuta in un ddl collegato alla legge di bilancio, la disciplina dell’introduzione del reddito di cittadinanza e la riforma dei centri per l'impiego.

Nota di aggiornamento del Def 2018

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Ora i riflettori si accendono sulle politiche attive, “ingrediente” indispensabile per «consentire il reinserimento del cittadino nel mondo del lavoro» secondo il contratto di Governo tra Lega e M5S. «L’introduzione del reddito di cittadinanza - si legge nelle nota di aggiornamento al Def - ha un duplice scopo: 1) sostenere il reddito di chi si trova al di sotto della soglia di povertà relativa (pari a 780 euro mensili); 2) fornire un incentivo a rientrare nel mercato del lavoro, attraverso la previsione di un percorso formativo vincolante, e dell’obbligo di accettare almeno una delle prime tre proposte di lavoro eque e non lontane dal luogo di residenza del lavoratore».
Da anni si parla di flexicurity, flessibilità per assunzioni e licenziamenti abbinata a un’estesa sicurezza per i disoccupati. Se sul primo fronte si sono fatti passi avanti, sul secondo siamo rimasti al palo. La sicurezza infatti non vuol dire ricevere (solo) sussidi monetari ma anche (e soprattutto) iniziare percorsi formativi efficaci che possano traghettare da un posto di lavoro a un altro.

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La passione - malsana - per i sussidi
Nel nostro Paese la quasi totalità della spesa pubblica per le cosiddette labour market policies (le politiche per il lavoro) è concentrata sul meccanismo opposto, le politiche passive. Dati Eurostat riferiti al 2016, l’ultimo anno disponibile, spiegano meglio le proporzioni del divario: l’Italia ha destinato l’equivalente di 22,3 miliardi di euro ai cosiddetti «redditi per il mantenimento e il supporto fuori dal mercato del lavoro», cioè benefit per la disoccupazione, in aggiunta a 175,5 milioni di euro per misure di prepensionamento.

Sul versante opposto, le politiche attive, l’unica voce compilata è quelle del supporto all’impiego e alla riqualificazione: 183,9 milioni, contro i 2,4 miliardi della Francia e i 770 milioni di euro della Germania. Che però spende anche 11,3 miliardi di euro in servizi per l’impiego e oltre 5 miliardi in training, la formazione, all’interno di un sistema duale rodato dalla fine degli anni ’60.
In Italia per ogni disoccupato si spendono in media 10mila euro l’anno in politiche del lavoro: il 70% va in sussidi monetari “passivi”, il 30% in politiche attive e servizi per l'impiego . In Germania se ne investono più del doppio, 25mila euro: 14mila in politiche passive, 11mila in politiche attive e servizi per l’impiego.
In Svezia – la culla della flexicurity europea – su 21.216 euro di spesa annua per disoccupato, meno di un terzo va ai sussidi passivi, mentre oltre il 53% viene destinato a percorsi di riqualificazione e il 14% ai servizi per l’impiego.

Da Poletti a Di Maio, il naufragio del «piano delle politiche attive»
Il ritardo dell’Italia nell’avvio di politiche attive è un dato evidenziato da anni, quasi connaturato al nostro mercato occupazionale. Eppure le iniziative sul territorio non mancano: le Regioni offrono da anni percorsi di riqualificazione, dai voucher formativi, alle borse lavoro, fino ai tirocini. Ma spesso gli interventi si fermano a un semplice colloquio al centro per l’impiego oppure c’è poca corrispondenza tra quanto viene proposto nei percorsi di riqualificazione e quello che è effettivamente utile per rientrare sul mercato.

La riforma del lavoro del governo Renzi, il cosiddetto Jobs act, aveva dedicato un apposito decreto (150 del 2015, entrato in vigore il 24 settembre) proprio al tema delle politiche attive, che come tutti i decreti “matrioska” che si rispettano richiedeva per la sua piena entrata in vigore almeno una decina di altri provvedimenti, molti dei quali non sono mai arrivati (come quello che avrebbe dovuto mappare tutti gli incentivi all’assunzione disponibili, oppure quello per la creazione di un unico database completo dei destinatari delle politiche attive).
L’obiettivo era centralizzare i servizi per le politiche attive, delegandone la responsabilità a un unico organo (l’Agenzia nazionale politiche attive lavoro, istituita nel 2016).
“Aveva” perché la bocciatura del referendum del 2016 ha arrestato il processo di riforma, in qualsiasi direzione potesse essere diretto. Le competenze sono rimaste in mano alle regioni, intralciando l’accorpamento dei servizi in un unico organo e mantenendo le tensioni fra governo e realtà locali per loro amministrazione. Il caos, insomma, ha continuato a regnare sovrano.
L’Anpal è rimasta in vita, ma i programmi sotto al suo capello hanno prodotto risultati altalenanti. Lo stesso Piano di rafforzamento dei servizi e delle misure di politica attiva, un pacchetto di misure sbloccato dalla legge di Stabilità del 2018, non è riuscito a garantire «miglioramenti sostanziali» agli occhi della Commissione europea.

Uno dei suoi piatti forti, l’assegno di ricollocazione (una misura di ricollocamento a favore di chi è disoccupato da più di quattro mesi), ha riscontrato l’interesse di appena il 10% della platea di beneficiari. L’annunciata imposizione di standard di valutazione nazionali è rimasta incompiuta.
L’Anpal cofinanzia poi il programma europeo Garanzia giovani con una quota di quasi 600 milioni di euro, ma l’altra gamba più robusta di risorse (quella in arrivo dal Fondo sociale europeo) è finita nel mirino del governo gialloverde, indicata come cassa per la copertura del reddito di cittadinanza.

I NUMERI DELLA FLEXICURITY IN 6 PAESI

(Fonte: elaborazione del Sole 24 Ore su dati Eurostat e Anpal, monitoraggio dei servizi per il lavoro 2017)

I NUMERI DELLA FLEXICURITY IN 6 PAESI

La scommessa sui centri per l’impiego
Fine della flexicurity all’italiana? Non proprio, visto che nel contratto di governo tra pentastellati e Lega si legge «al fine di consentire il reinserimento del cittadino nel mondo del lavoro, l’erogazione del reddito di cittadinanza presuppone un impegno attivo del beneficiario che dovrà aderire alle offerte di lavoro provenienti dai centri dell’impiego (massimo tre proposte nell’arco temporale di due anni), con decadenza dal beneficio in caso di rifiuto allo svolgimento dell’attività lavorativa richiesta».

Nella nota di aggiornamento al Def si legge «La ristrutturazione dei centri per l’impiego dovrà puntare a rendere omogenee le prestazioni fornite, e realizzare una rete capillare in tutto il territorio nazionale». Diversi gli obiettivi: assunzione di personale qualificato (in aggiunto a quanto già definito nella legge di bilancio per il 2018), realizzazione del sistema informativo unitario e sviluppo di servizi avanzati per le imprese, adeguamento dei locali anche da punto di vista strutturale).
Una missione impegnativa visto che oggi nei 501 centri per l’impiego sparsi sul territorio lavorano appena 8mila persone, che hanno in “carico” una media di 360 disoccupati a testa da seguire, con strumenti informatici molto spesso arretrati. Tutto questo si ripercuote sulle funzioni svolte: gli addetti sono sommersi di scartoffie burocratiche e non riescono a specializzarsi nelle attività che davvero servirebbero ai disoccupati. Non stupisce dunque che appena il 3,4% di chi si rivolte a un centro per l’impiego riesca poi a trovare un lavoro .

Il conto è pagato ancora dai giovani
A far le spese di una politica del lavoro orientata a misure passive sono i soggetti più vulnerabili del tessuto economico. A partire dai giovani, incastrati in un vicolo cieco fra i tempi lunghi della transizione scuola-lavoro, stipendi bassi e, appunto, l’assenza di misure di sostegno diverse dal welfare (spremutissimo) delle famiglie di origine. La Commissione europea rimbrotta da anni Roma per i numeri fuori controllo di disoccupazione giovanile (intorno al 35%) e Neet, i ragazzi che non studiano né lavorano, ancora un quarto della popolazione under 30, nonostante il leggero calo negli ultimi anni nel 2017. Le cause sono note, dalla rigidità del mercato del lavoro italiano alle taglie «small» delle nostre imprese, dai problemi dell’alternanza scuola-lavoro al paradosso della overeducation. E a dispetto delle apparenze, le conseguenze si scaricano in maniera omogenea fra tutti gli under 30, senza distinzione di “qualifiche”.
«I giovani con titoli di studio più basso più facilmente che negli altri paesi rischiano di trovarsi intrappolati nella condizione di Neet - spiega Alessandro Rosina, ordinario di Demografia alla Cattolica di Milano -. Mentre quelli con più alta formazione e competenze rischiano di entrare tardi e male nel mondo del lavoro, come testimoniano i dati dell’overeducation e il mismatch tra domanda e offerta di competenze».

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