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Reddito di cittadinanza, ecco come funzionano i controlli

di Claudio Tucci


Reddito di cittadinanza. ora la Lega vuone abolirlo

3' di lettura

Il tema dei controlli sui percettori del reddito di cittadinanza è tornato alla ribalta in questi giorni, divenendo terreno di scontro politico, con il vice ministro all’Economia, il leghista, Massimo Garavaglia che, in base a primissimi dati campionari, ha parlato di un tasso del 70% di irregolarità. A questa affermazione ha subito replicato il numero uno dell’Inps, Pasquale Tridico, e “padre” della misura bandiera del M5S, che ha subito precisato come i controlli da parte dell’Istituto siano stati «massivi e preventivi» rispetto all’accoglimento delle domande e «la loro efficacia è dimostrata dal fatto che più di un quarto delle domande è stato respinto».

PER SAPERNE DI PIÙ / Dossier reddito di cittadinanza: requisiti, durata e calcolo

I numeri
In base infatti agli ultimi numeri diffusi dall’Inps sono 1.491.935 le domande di reddito di cittadinanza presentate al 31 luglio; 922.487 sono state accolte, quasi 400mila respinte e circa 170mila in evidenza per ulteriore attività istruttoria. La percentuale di domande respinte è attualmente al 26,8% (più o meno una su 4, ndr). Ad oggi vi sono state 1.025 rinunce, mentre circa 32mila nuclei sono decaduti dal beneficio.

I controlli preventivi li fa l’Inps
Ma come funzionano, o dovrebbero funzionare, i controlli sui nuclei percettori del reddito di cittadinanza? Il meccanismo è piuttosto complesso e chiama in causa diversi attori, l’agenzia delle Entrate, l’Ispettorato nazionale del lavoro, la guardia di Finanza e le altre autorità di controllo. La guardia di Finanza, per esempio, sempre secondo quanto dichiarato da Inps, ha a disposizione 600mila beneficiari di reddito di cittadinanza; e di questi esaminerà i profili di rischio.

In base al “decretone” le verifiche preventive in ordine alla sussistenza dei requisiti necessari per poter presentare domanda di accesso al Rdc sono effettuate dall’Inps cui la domanda è diretta. A ribadirlo è una recente circolare dell’Inl (l’Ispettorato nazionale del lavoro). Il beneficiario della misura è il nucleo familiare, al quale, quindi, sono riferiti i requisiti reddituali e patrimoniali utili per la concessione del Rdc. Il sussidio, poi, sempre in base alle norme, non è incompatibile con lo svolgimento di attività lavorativa da parte di uno o più componenti del nucleo familiare, fermi restando i requisiti reddituali e patrimoniali previsti (c’è infatti l’obbligo di comunicare le variazioni inerenti la situazione occupazionale e patrimoniale del nucleo familiare o le modifiche nella sua composizione).

All’ispettorato i controlli ex post in chiave anti-nero
Toccano invece all’Ispettorato nazionale del lavoro le attività di controllo successive alla concessione del Rdc, con particolare riferimento all'accertamento dello svolgimento di prestazioni di lavoro “in nero” da parte dei soggetti appartenenti ad un nucleo familiare beneficiario del sussidio. La circolare di fine luglio dell’Inl si sofferma in particolare sull’omessa comunicazione delle variazioni di reddito e patrimonio, anche se provenienti da attività irregolari. Per questa fattispecie, che si verifica dopo la concessione del beneficio, la legge prevede la reclusione da uno a tre anni. Affinché si configuri questo reato, scrive l’Inl, «non rileva lo svolgimento in sé di un’attività lavorativa che risulta compatibile, in termini generali, con la fruizione del Rdc quanto, piuttosto, l’omessa comunicazione del reddito percepito che avrebbe potuto comportare, ove correttamente comunicato, la riduzione o addirittura il venir meno del beneficio. Nell’ambito delle verifiche di competenza dell’Inl, il personale ispettivo potrà pertanto rilevare la commissione del reato con riguardo alla sola ipotesi dell’omessa comunicazione delle “variazioni del reddito (…)” che, verosimilmente, può realizzarsi con maggior frequenza nei casi di prestazioni di lavoro “nero” o “grigio”».

Casi di decadenza e revoca
La circolare dell’Inl si sofferma poi sui casi di decadenza e revoca del sussidio. In particolare, scatta la decadenza del Rdc quando uno dei componenti il nucleo familiare: «viene trovato, nel corso delle attività ispettive svolte dalle competenti autorità, intento a svolgere attività di lavoro dipendente o di collaborazione coordinata e continuativa in assenza delle comunicazioni obbligatorie, ovvero altre attività di lavoro autonomo o di impresa, in assenza delle comunicazioni di cui all’articolo 3, comma 9». Parimenti, è disposta la decadenza nell’ipotesi in cui non sia stato comunicato, nel termine di trenta giorni, l’inizio dell’attività di impresa o di lavoro autonomo». Inoltre, per determinati reati, in caso di condanna in via definitiva o applicazione della pena su richiesta delle parti, la legge prevede, in aggiunta alle sanzioni di tipo detentivo, che l’Inps disponga l’immediata revoca del beneficio con efficacia retroattiva e la restituzione di quanto indebitamente percepito. L’Inps revoca, inoltre, con efficacia retroattiva quando si «accerta la non corrispondenza al vero delle dichiarazioni e delle informazioni poste a fondamento dell’istanza ovvero l’omessa successiva comunicazione di qualsiasi intervenuta variazione del reddito, del patrimonio e della composizione del nucleo».

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