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Reddito di cittadinanza, ecco perché il 56% dei poveri non ha l’assegno

Il requisito della residenza esclude a priori alcune persone in povertà assoluta

di Nicoletta Cottone

Ecco perché il 56% di chi vive in povertà assoluta non ha il reddito di cittadinanza

5' di lettura

Ci sono le persone che vivono per strada, che trascinano in un carrello o in una valigia tutto ciò che posseggono, che non hanno il reddito di cittadinanza. Sotto i ponti, nelle vie intorno alle stazioni, anche a un passo dalla Basilica di San Pietro, basta chiedere per sapere inequivocabilmente che chi dorme per strada su un cartone o in una tenda di fortuna non riceve quell’assegno che dovrebbe raggiungere principalmente chi vive in povertà assoluta.

E chi più di chi dorme in strada o riceve il cibo dalle mense avrebbe bisogno di un aiuto economico? Chi lo riceve è perchè è stato aiutato a ottenerlo dalle associazioni caritative. Per gli altri non c’è nulla. Situazione ben diversa dai furbetti incastrati dai carabinieri, che incassavano l’assegno ma giravano in Ferrari o gestivano un autonoleggio con 27 auto, truffando lo Stato per 20 miliardi.

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Il 56% di chi vive in povertà assoluta non riceve l’aiuto

In Italia è enorme la fetta di chi vive in povertà assoluta e non fruisce dell’assegno. Quantificata dal monitoraggio sul reddito di cittadinanza della Caritas «Lotta alla povertà», nel 56% di chi vive in povertà assoluta. Abbiamo chiesto perché chi vive in povertà assoluta non è raggiunto dal reddito di cittadinanza alla sociologa dell’ufficio Politiche sociali della Caritas italiana Nunzia De Capite, che ha curato il report insieme a don Marco Pagniello, ed è anche componente del Comitato scientifico per la valutazione del reddito di cittadinanza presieduto dalla sociologa Chiara Saraceno, voluto dal ministro del Lavoro Andrea Orlando.

Perché molti senzatetto non percepiscono il reddito di cittadinanza?

«Possiamo dire che i motivi sono principalmente due: il primo è che il reddito di cittadinanza richiede come requisito di accesso il fatto di essere residente in Italia da 10 anni. E questo esclude una grandissima quota di persone straniere, che non possono ricevere la misura. La seconda spiegazione che ci siamo dati è che, nonostante sembri paradossale, ci sono persone che non sanno di poter avere accesso alla misura e hanno bisogno di essere supportate per poter far domanda. Perché va fatta tramite alcuni canali: il sito, oppure recandosi a Caf e patronati. E non tutti lo fanno spontaneamente. Quindi c’è un grosso bisogno di orientamento e di indirizzamento di alcune fasce della popolazione, che vivono in situazione di grave marginalità, come i senza dimora».

Chi sono gli esclusi secondo la vostra indagine?

«Dalle nostre simulazioni risulta che il 56% delle persone in condizioni di povertà assoluta nel nostro paese non riceve il reddito di cittadinanza. In modo particolare sono esclusi gli stranieri, le persone che vivono nelle regioni del Nord Italia, le famiglie numerose e coloro che hanno dei risparmi. Perché uno dei requisiti per accedere alla misura è avere risparmi fino a una certa soglia. Chi ha un po’ di più viene automaticamente escluso. E questo chiaramente crea delle forti iniquità e disuguaglianze tra percettori e non percettori».

Qual è la maggiore criticità che voi avete rilevato?

«L’interruzione del contributo al diciottesimo mese: la legge prevede che dopo 18 mesi di ricezione ci sia una interruzione e la persona debba rifare domanda. E questo ha creato molti problemi, soprattutto l’anno scorso con il picco della pandemia, perché c’era bisogno di una continuità nel ricevere la misura. Poi c’è l’impossibilità per le persone di risparmiare quello che non riescono a spendere nel mese. La misura del reddito prevede che tutto il contributo venga speso nel mese, altrimenti c’è una decurtazione progressiva nei mesi successivi. Molti dei nostri beneficiari Caritas ci hanno detto che sarebbe molto utile, invece, mettere da parte un po’ del contributo per far fronte a spese impreviste. Un problema che si è posto fortissimamente durante la pandemia».

Quali sono stati i problemi sul fronte del lavoro?

«I problemi sul fronte del lavoro riguardano il profilo delle persone che sono state indirizzate ai Centri per l’impiego. Sono profili molto particolari, persone che hanno un titolo di studio basso: solo il 3% ha una laurea, il 72% ha fino alla licenza media inferiore. Sono persone molto lontane dal mondo del lavoro, che non hanno fatto una ricerca attiva di lavoro negli ultimi mesi, che hanno difficoltà a capire che tipo di lavoro vogliono fare, oltre a quello che possono fare. E sono persone che hanno un profilo di occupabilità molto basso, che rischierebbero di perdere il lavoro a distanza di qualche tempo. Quindi c’è bisogno di una serie di meccanismi intermedi per avvicinare queste persone che sono molto lontane dal mondo del lavoro. Ed è assolutamente irrealistico immaginare che col reddito di cittadinanza queste persone automaticamente trovino lavoro. È un percorso molto più graduale».

Il problema delle famiglie numerose

Dal report risulta che oltre un terzo dei beneficiari non è povero. E le famiglie povere escluse tendono a essere soprattutto al Nord, con figli minori, con un richiedente straniero o con risparmi superiori alla soglia consentita. Non possono ottenere l’assegno quattro famiglie straniere su dieci. La maggiore strozzatura rilevata dal report Caritas riguarda il requisito economico di accesso, quello relativo ai risparmi, che restringe le opportunità per le famiglie in povertà assoluta. «A causa della scala di equivalenza “piatta”, che sfavorisce le famiglie numerose e con figli minori - si legge nel report -, il tasso di inclusione del reddito di cittadinanza è decrescente con l’aumentare del numero di componenti all’interno del nucleo». Al Nord le famiglie che usufruiscono del reddito di cittadinanza sono il 37% di quelle in povertà assoluta, nel Centro il 69% e nel Sud il 95 per cento. Invece il 41% delle famiglie, che pur non essendo povere ricevono l’assegno, è concentrato in famiglie di piccole dimensioni.

Le nuove regole: stop all’assegno dal secondo rifiuto di un’offerta congua

La manovra per il 2022, la prima firmata dal premier Mario Draghi, prevede una stretta sul reddito di cittadinanza. Stop all’assegno già dopo il secondo rifiuto di un’offerta congrua di lavoro. Poi un taglio di 5 euro al mese dalla sesta mensilità, a partire dal primo gennaio 2022. Un taglio in linea con quanto avviene per Naspi e Discoll, i sussidi di disoccupazione, che vengono sforbiciati al ritmo del 3% dal primo giorno del quarto mese di fruizione. Per il reddito invece il taglio è meno forte, pari all’1% dell’assegno massimo previsto per un single (500 euro al mese). Il taglio non si applica ai nuclei familiari con minori di tre anni o con disabilità gravi o con non autosufficienza e alle famiglie con tutti i componenti inoccupabili. In ogni caso l’assegno non scenderà sotto i 300 euro al mese (per un single, da moltiplicare per la scala di equivalenza). Gli assegni da 300 euro non saranno toccati dal taglio. La manovra prevede che si perda l’accesso al sussidio se non ci si presenta alla convocazione presso il Centro per l’impiego.

Come cambia lo sgravio contributivo

È previsto uno sgravio contributivo per le assunzioni a tempo indeterminato, pieno o part time, o a tempo determinato, o con contratto di apprendistato. Come hanno spiegato il premier Mario Draghi e il ministro del Lavoro Andrea Orlando nel corso della conferenza stampa sulla manovra saranno rafforzati i controlli ex ante per l’accesso al sussidio. Se varia la condizione occupazionale di uno o più componenti del nucleo familiare, per non perdere l’assegno la comunicazione deve essere fatta all’Inps il giorno prima dell’inizio (finora invece era entro 30 giorni).

Nuove distanze massime dai posti di lavoro offerti

La dote del reddito di cittadinanza resta complessivamente ai livelli 2021, mentre cambia il principio di congruità di un’offerta che deve essere entro gli 80 chilometri di distanza dalla residenza del fruitore di reddito di cittadinanza (finora era 100 chilometri) o raggiungibile in 100 minuti col trasporto pubblico se è la prima offerta. Collocata nel territorio italiano se è la seconda offerta (finora era 250 chilometri).


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