Bussola &Timone

Reddito di cittadinanza, più che un errore è una occasione mancata

di Giovanni Tria

(Ansa)

3' di lettura

Il reddito di cittadinanza per molti appare sempre più come un errore, ma a mio avviso è un’occasione mancata, cui ora si tenta di mettere qualche toppa mentre richiederebbe forse una riprogettazione. Un’occasione mancata perché nel tradurre l’idea in un testo legislativo mancò una riflessione e un dialogo ampio su obiettivi e strumenti.

Se non all’interno dei suoi proponenti che quasi ne secretarono il processo di formulazione.

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Se parlo di occasione mancata è perché l’idea di per sé non era sbagliata. Del resto non era neppure nuova. L’esigenza di una sorta di “universal basic income” era nei Paesi avanzati da tempo all’attenzione anche degli studiosi. Tant’è che all’inizio del governo di coalizione che approvò il provvedimento, organizzai nella sede del MEF una riunione per provare a far collaborare esperti della Banca Mondiale impegnati su questo fronte con coloro che avrebbero dovuto lavorare al provvedimento.

Del resto, non mi sono mai pronunciato contro questa idea (altra cosa era la questione dell’entità delle somme messe in bilancio) e non per dovere di coesione di governo ma per convinzione.

Ma il necessario dialogo e approfondimento non andarono avanti e la legge che poi fu formulata e approvata conteneva già tutti i presupposti del suo non funzionamento. Provo a riassumerli.

Sono sempre stato convinto, e lo sono tutt’ora, che il “basic income” è uno strumento che dovrebbe avere l’obiettivo di rispondere all’impatto della “transizione tecnologica e digitale” sul mercato del lavoro.

Questa transizione rischia, infatti, di determinare problemi di disoccupazione e di possibile esclusione dal mercato del lavoro che sono diversi da quelli legati a temporanee fasi recessive. Una parte rilevante della forza lavoro diviene sovrabbondante, almeno nel corso della transizione, e anche tecnicamente obsoleta. Da qui l’idea di un reddito di base universale per garantire la coesione sociale nel corso della transizione, e quindi renderla più spedita. Ma evidentemente nella formulazione del reddito di cittadinanza questo obiettivo si confuse con quello della lotta alla povertà. La povertà, tuttavia, ha cause e caratteristiche più complesse, soprattutto nelle aree dove essa è più radicata e diffusa, e per questo richiede strumenti specifici.

Da questo equivoco tra i due obiettivi sono nati, secondo la mia interpretazione, gli errori tecnici di formulazione della legge.

Il primo è quello di aver previsto meccanismi, per legare il reddito di cittadinanza all’avviamento al lavoro, che definire “barocchi” e inagibili è riduttivo. Si trattava di una foglia di fico e non di un disegno compiuto. Non era, ad esempio, definito nessun credibile meccanismo o obbligo di formazione, e neppure il suo adeguato finanziamento, per coloro che potenzialmente possono essere riavviati al lavoro.

Non si tratta solo di errori organizzativi, ma di confusione concettuale. Una parte adeguata delle risorse sarebbe dovuta essere destinata a finanziare istituzioni “credibili”, pubbliche e private, per organizzare formazione “credibile”, mirata e in parte condizionale al sussidio. Non è stata prevista neppure l’obbligatorietà di lavori part-time di pubblica utilità, che non sono solo quelli a minor contenuto di competenze. Obbligatorietà per i percettori di reddito come per le amministrazioni chiamate a organizzarli. L’organizzazione non è facile, ma nulla è facile tranne la colpevole inazione.

Dall’insieme di queste criticità deriva l’impatto deludente del reddito di cittadinanza sul mercato del lavoro. L’impatto positivo è stato scarso, mentre l’effetto di scoraggiamento al lavoro non è trascurabile. Questo effetto è anche conseguenza del fatto che l’entità del sussidio non è stata calibrata, con una opportuna differenziazione, al differente costo della vita tra le varie aree del Paese e tra realtà urbane e piccoli centri. In molte aree territoriali e in vari settori questo errore determina un rapporto tra sussidio e reddito da lavoro che non incentiva la ricerca di lavoro.

Il paradosso è che uno strumento che dovrebbe servire a fronteggiare l’impatto sul mercato del lavoro della transizione tecnologica, sta avendo in molte aree del Paese un impatto di scoraggiamento al lavoro in molti settori dei servizi “tradizionali”, ossia quelli meno toccati dai processi di innovazione tecnologica, in cui si manifestano oggi carenze di personale.

Il dibattito attuale sul reddito di cittadinanza non è, tuttavia, incoraggiante per come si sta manifestando nell’arena politica.

Sarebbe necessario un chiarimento sui suoi obiettivi, anche perché, al contempo, è in atto la riforma degli ammortizzatori sociali che ha un obiettivo almeno contiguo.

D’altra parte, riconoscere errori di disegno dello strumento è segno di adesione ad un principio sacrosanto di progresso della conoscenza per tentativi ed errori, mentre rimarcare questi errori solo a fini di scontro politico non aiuta affatto a risolvere meglio i problemi a cui il reddito di cittadinanza avrebbe voluto rispondere, problemi che permangono in tutta la loro complessità e urgenza. Forse il “reddito di cittadinanza” merita da parte di tutti un dibattito serio e senza pregiudizi.

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