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Reddito di cittadinanza, tesoretto fino a 1,8 miliardi dai fondi non utilizzati

di Marco Rogari


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2' di lettura

Un miliardo del “fondone” per il reddito di cittadinanza è già ufficialmente accantonato. Ma a fine anno le risorse che risulteranno non assorbite dalle domande accolte dall’Inps sono destinate ad arrivare a quota 1,6-1,8 miliardi. Almeno secondo le prime proiezioni “grezze” di alcuni tecnici del governo. In ogni caso la dote che nel 2019 risulterà inutilizzata dovrebbe superare con facilità la boa del miliardo di cui ha già parlato il commissario e presidente designato dell’Inps, Pasquale Tridico.

Già un apposito dossier del servizio Bilancio della Camera dedicato al decretone su quota 100 e reddito di cittadinanza ha quantificato all’inizio di marzo in 323 milioni il «residuo disponibile» del fondo da 7,1 miliardi collegato alla misura bandiera del Movimento Cinque Stelle. Una stima basata sull’ipotesi di un’adesione quasi piena dei potenziali aventi diritto sulla base di una platea che era stata già tagliata del 10% quando è stata messa nero su bianco la legge di bilancio per il 2019. Ma dall’attuale andamento delle domande emerge che, a meno di repentine accelerazioni, il bacino d’utenza reale sarà ancora più ristretto.

La caccia alle risorse in eccesso per il Rdc è comunque già partita, anche alla luce degli stretti margini di manovra concessi dal Def presentato dal Governo in attesa di aggiornare il quadro macro e il quadro programmatico di finanza pubblica a settembre in vista della stesura della manovra. I Cinque Stelle puntano a indirizzare la “dote” su due capitoli: famiglia e lavoro. Con una spinta in particolare in direzione della “conciliazione” sulla falsariga del modello francese e della riduzione dell’orario di lavoro ipotizzata anche da Tridico. Anche la Lega ha messo gli occhi sulla fetta del “fondone” che resterà inutilizzata, magari per rilanciare le sue proposte fiscali e quelle per favorire la produttività.

Ma per mettere le mani su queste risorse bisognerà fare i conti con il meccanismo di compensazione (a “vasi comunicanti”) e con i vincoli fissati dalla legge di bilancio per evitare, su chiaro input del ministero dell’economia, sforamenti di spesa e dispersioni di fondi. Il comma 257 della manovra approvata a fine dicembre dal Parlamento facendo riferimento ai due “fondoni” per reddito di cittadinanza e quota 100 prevede anzitutto che «qualora siano accertate, rispetto agli oneri previsti, eventuali economie per alcune misure e maggiori oneri per altre, entrambi aventi anche carattere pluriennale, possono essere effettuate variazioni compensative tra gli stanziamenti interessati per allineare il bilancio dello Stato agli effettivi livelli di spesa». Nel caso non sia necessaria una “compensazione” «le eventuali economie - stabilisce sempre la legge di bilancio - possono essere destinate a riconfluire» nei due fondi assicurando comunque per ciascun anno il rispetto del limite di spesa previsto.

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Ad apportare le conseguenti variazioni di bilancio dovrà essere, con appositi decreti, il ministro dell’Economia, su proposta del ministro del Lavoro. A Giovanni Tria spetterà insomma l’ultima parola sulla destinazione della dote. E, in caso di necessità, potrebbe anche fare leva sulla formula opzionale racchiusa nel «possono» più volte ripetuto nella legge di bilancio per destinare le risorse rimaste inutilizzate alla riduzione del deficit.

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    Marco Rogarivicecaporedattore

    Luogo: Roma

    Lingue parlate: italiano, francese

    Argomenti: conti pubblici, previdenza, politiche del welfare, pubblica amministrazione, attività parlamentare

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