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Redditometro e studi di settore, ecco perché si applicano ancora

di Marco Mobili e Giovanni Parente


Imprese e partite Iva, le novità della stagione dichiarativa 2019

3' di lettura

Duri a morire. Non è la riedizione di un film d’azione ma la situazione attuale di redditometro e studi di settore. Due strumenti di contrasto all’evasione rispettivamente congelati o archiviati per chiara volontà legislativa ma che l’amministrazione finanziaria punta ancora a utilizzare. Almeno a leggere gli indirizzi operativi agli uffici che l’agenzia delle Entrate ha emanato nella circolare controlli prima di Ferragosto.

Nonostante gli slogan e i proclami politici di chi affermava di aver definitivamente liberato i contribuenti dai calcoli degli studi di settore e dall’incubo del redditometro, in realtà per gli anni passati i due strumenti avranno ancora il loro colpo di coda.

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Per il redditometro, la cui applicazione è stata sospesa solo dall’anno d’imposta 2016 in poi in attesa di un nuovo decreto attuativo, gli uffici delle Entrate «potranno» (come recita la circolare) ricorrere alla ricostruzione sintetica del reddito non dichiarato attraverso gli indicatori soprattutto di spesa. A questo scopo, chi controlla avrà a disposizione un database specifico chiamato «Verdi» attraverso cui effettuare l’incrocio dei dati e la selezione dei contribuenti ritenuti a rischio. Senza dimenticare le tutele per questi ultimi, come messo nero su bianco dall’Agenzia l’ufficio deve « instaurare il contraddittorio con il contribuente, invitandolo a comparire di persona o tramite rappresentanti per fornire dati e notizie rilevanti ai fini dell’accertamento nonché di avviare, in caso di accertamento, il procedimento per adesione».

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I numeri degli ultimi anni, comunque, dicono che il redditometro è sempre rimasto attivo anche se a scartamento ridotto. Addirittura nel 2018 c’è stato un incremento degli accertamenti effettuati (2.784 con un aumento del 37,5% sul 2017). Di questi quasi il 20% ha fatto emergere una maggiore imposta tra 0 e 1.549 euro. Un dato che, secondo la Corte dei conti, «appare in evidente contrasto con la natura stessa dell’accertamento sintetico che presupporrebbe una rilevante divergenza tra il reddito dichiarato e quello sinteticamente accertabile».

IMPATTO LIMITATO

Fonte: elaborazione su dati Corte dei conti e Agenzia delle Entrate

IMPATTO LIMITATO

Resta da capire come mai il Fisco continui a crederci, nonostante i risultati poi non portino a grandi recuperi. Forse più di tutto fa l’effetto deterrente. Un po’ quello che ha caratterizzato negli anni gli studi di settore. Anche se, da tempo o meglio dalle sentenze a Sezioni Unite della Cassazione di fine 2009 che ne hanno sancito l’impossibilità di autonomo utilizzo per i controlli, si sono contraddistinti più per un rompicapo in termini di adempimenti che per un vero e proprio strumento di accertamento. Forse proprio dalla rivoluzione imposta dalla giurisprudenza sugli studi di settore, si è avviata la svolta verso la compliance che ora si sta concretizzando - non senza difficoltà operative per gli addetti ai lavori - con gli Isa (proprio sabato 17 agosto è stato pubblicato un decreto del Mef in «Gazzetta Ufficiale» con l’aggiornamento delle variabili precalcolate).

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Alla voce compliance la circolare sui controlli indica nei pacchetti di alert per il 2019 quelli sulle anomalie nel triennio 2015, 2016 e 2017 sulla base dei dati rilevanti ai fini dell’applicazione degli studi di settore (si veda anche l’articolo in basso). Con riferimento sia alle piccole e medie imprese che ai professionisti soggetti. Ma non solo. Perché gli studi applicati nel recente passato diventano anche una fonte d’innesco per l’analisi del rischio.

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Ed è proprio l’Agenzia ad ammettere che i dati rilevanti «costituiscono una fonte preziosa di informazioni per meglio comprendere la reale capacità contributiva del soggetto, soprattutto se utilizzati unitamente alle altre notizie disponibili». Del resto, se gli accertamenti sono ridotti a una cifra del tutto marginale (solo 1.814 nel 2018 su una platea di diretti interessati di 3,5 milioni di partite Iva), gli accessi brevi per il controllo dei dati restano una modalità ancora utilizzata in poco più di 14mila controlli.

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