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Referendum anti-proporzionale, la politica delega ancora ai giudici

Il tema della legge elettorale, nell'incapacità delle forze politiche di trovare un accordo di sistema che regga per tutti alle contingenze politiche come avviene in altri Paesi europei, è affidato all’iniziativa referendaria leghista e di conseguenza alla decisione dei giudici costituzionali sull’ammissibilità del quesito

di Emilia Patta

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4' di lettura

Veneto, Sardegna, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Abruzzo, Liguria e Basilicata. Con il deposito da parte di ben otto Regioni a guida centrodestra della richiesta di referendum abrogativo sulla legge elettorale che mira a cancellare la parte proporzionale del Rosatellum (quasi il 65%) per trasformare il sistema in un maggioritario con tutti collegi uninominali, Matteo Salvini prova a entrare a gamba tesa nel dibattito interno alla maggioranza giallo-rossa sulla riforma elettorale.

Chiaro l’intento di stoppare la tentazione di un ritorno al proporzionale che ha dato vita all'accordo di governo tra M5s e Pd: un proporzionale, sia pure con soglia al 5%, sarebbe deleterio per il leader della Lega perché non basterebbe più alla coalizione da lui guidata raggiungere il 40% circa dei consensi per avere la maggioranza assoluta dei seggi come avverrebbe con il Rosatellum.

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Perché il quesito appare inammissibile
La questione ora passa ai giudici: prima la Cassazione per il controllo formale, poi la Corte costituzionale per il controllo sostanziale (la decisione dei giudici costituzionali dovrebbe arrivare a gennaio 2020). Tuttavia il quesito messo a punto da Roberto Calderoli è già stato bollato come inammissibile da molti costituzionalisti: come spiega il deputato dem Stefano Ceccanti, «il quesito è palesemente inammissibile perché non auto-applicativo, dal momento che mancano i collegi uninominali in cui votare».

Come è noto infatti la Consulta ha storicamente ammesso i referendum sulla legge elettorale solo nel caso in cui sono autoapplicativi, dal momento che su una materia cruciale per il funzionamento delle regole elettorali non può esserci un vuoti normativo con la conseguenza che per un certo periodo è impossibile tornare al voto. Ora, è vero che il quesito messo a punto da Calderoli inserisce la delega al governo per disegnare i collegi nel restante 65% del territorio nazionale ma l'autoapplicatività deve valere dal giorno del referendum nel caso in cui vincano i sì: non può esserci vuoto normativo neanche per il breve tempo (2 mesi) della delega.

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Le due opzioni: o proporzionale o doppio turno nazionale
Eppure fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio. Da qui la preoccupazione emersa in queste ore a Palazzo Chigi sui possibili effetti del referendum: con tre poli politici di fatto il voto collegio per collegio può trasformarsi in una lotteria oppure - il che è ancora peggio dal punto di vista di M5s e Pd – in un plebiscito in favore del primo partito o coalizione. «Se si inserisce un maggioritario a turno unico in un sistema che è multipolare si rischiano tre serie conseguenze – spiega ancora Ceccanti -: che la frammentazione entri in modo forte nella spartizione dei collegi tra chi si coalizza, che non ci sia nessun vincitore perché si realizzerebbero vittorie a chiazze (la bipolarizzazione è incentivata solo a livello di collegio, non nazionale) o un super-vincitore anche con pochi voti (ad esempio più di due terzi di seggi a chi prende meno di un terzo di voti)».

Per questo nei contatti tra M5s e Pd si ragiona in sostanza su due alternative: o un proporzionale con soglia sufficientemente alta da impedire la frammentazione (5%), ma questa soluzione troverebbe naturalmente l'ostilità dei due junior partner di governo ossia la renziana Italia viva e la sinistra di Leu; o un maggioritario con doppio turno nazionale tra i primi due partiti o coalizioni.

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La preoccupazione di Palazzo Chigi
La discussione appena avviata sulla legge elettorale è naturalmente molto complessa e richiede il tempo necessario, anche per non dare a chicchessia (Renzi?) la pistola carica di una legge elettorale bella e pronta per chiudere anticipatamente la legislatura. Eppure la preoccupazione da parte del premier Giuseppe Conte c'è: e se inaspettatamente a gennaio la Consulta dovesse ammettere il referendum leghista? Da qui l'input a M5s e Pd a cercare un accordo subito, in tempo per approvare una riforma delle legge elettorale in primavera: se il Parlamento legiferasse in materia prima dell’eventuale svolgimento del referendum, a giugno, il referendum decadrebbe. Ma ci sono le condizioni politiche per arrivare a un accordo in tempi brevi? In molti ne dubitano. Anche perché per far maturare l’ipotesi alternativa al proporzionale, ossia il doppio turno nazionale, serve che l’alleanza anti-sovranista tra M5s e Pd si consolidi. A partire dalle prossime elezioni regionali.

Se ancora una volta la politica delega ai giudici
Qui notiamo solo che ancora una volta il tema della legge elettorale, nell'incapacità delle forze politiche di trovare un accordo di sistema che regga per tutti alle contingenze politiche come avviene in altri Paesi europei, è affidato ad una iniziativa referendaria e di conseguenza alla decisione dei giudici costituzionali (la Consulta ha già bocciato il Porcellum nel 2014 e in parte l'Italicum nel 2017). Né appare una strategia di lungo respiro quella di immaginare un sistema che penalizzi di volta in volta il “nemico” di turno. Si chiami Matteo Salvini o Matteo Renzi.

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    Emilia Pattacapo servizio

    Luogo: Roma

    Lingue parlate: inglese, francese

    Argomenti: storia dei partiti, teoria politica, diritto parlamentare, diritto costituzionale, sistemi elettorali

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