le regole

Referendum sulla Diciotti: «Chi volete libero, Gesù o Barabba?»

di Mattia Losi


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Matteo Salvini (Ansa)

2' di lettura

Il cosiddetto “referendum” sul caso Diciotti, con i militanti del Movimento 5 Stelle chiamati a decidere se debba essere concessa l’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini, merita una breve riflessione: in particolare sulle regole, e sul rispetto delle stesse, come base comune di convivenza in democrazia. Tema sul quale noi tutti italiani siamo in genere abbastanza impreparati. Basta partecipare a un’assemblea di condominio per capire come la maggior parte di noi creda che, purché votato a maggioranza, un articolo del regolamento condominiale scavalchi plasticamente ogni legge dello Stato.

GUARDA IL VIDEO: Caso Diciotti, il voto sulla piattaforma Rousseau

Il quesito proposto sulla piattaforma Rousseau, che viene sbandierato come il massimo della democrazia in quanto dà voce al popolo, ha il piccolo difetto di calpestare allegramente alcune delle leggi fondamentali che regolano la nostra convivenza civile. Chiedere, come di fatto accade, se «Salvini ha fatto bene o ha fatto male», per poi dare un’indicazione ai parlamentari 5 Stelle che voteranno sull’autorizzazione a procedere, è in palese contrasto con l’articolo 67 della nostra Costituzione: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». Ovvero deve essere libero nelle proprie azioni e decisioni, e non può essere condizionato da soggetti terzi.

A chi invoca il diritto popolare di “manovrare” i parlamentari, ricordo che il vincolo di mandato è previsto solo in Portogallo, a Panama, in Bangladesh e in India. Quattro Paesi in tutto il mondo, forse ci sarà un motivo...

Cosa dice la costituzione

Secondo aspetto: la nostra Costituzione (al Titolo IV - La Magistratura) dice che «i giudici sono soggetti soltanto alla legge» (art. 101) e che «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» (art. 104). Tradotto in modo più semplice: i processi si fanno nei tribunali. Qualsiasi ipotesi alternativa, dal capannello in Piazza Duomo a Milano ai gruppi sui social media, fino alle piattaforme tecnologiche come Rousseau viene quindi derubricata alla voce chiacchericcio da bar.

Il rispetto delle regole, oltre ad essere un diritto e un dovere, è un elemento fondante di qualsiasi democrazia degna di questo nome. Il pilastro sul quale si regge l’uguaglianza di ogni persona davanti alla legge. Rivendicare il diritto di espressione del popolo per far sì che una piccolissima parte di esso (gli iscritti alla piattaforma Rousseau sono circa 100mila, vedremo in quanti voteranno) possa decidere in tema di giustizia e condizionare con la propria decisione parlamentari e magistrati, suona come uno sfregio alla garanzia di uguaglianza.

I tribunali popolari, costituiti con libera adunanza, hanno già dato mostra di sé nel nostro passato più o meno recente. Mai con risultati positivi, perché istinto e impreparazione sono due cattive consigliere che portano a quesiti del tipo: «Chi volete libero, Gesù o Barabba?». Davvero ci sentiremmo tutti più sicuri ad essere giudicati così?

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