verso il voto sul taglio dei parlamentari

Referendum e incognita astensionismo. Pregliasco (YouTrend): «Potrebbe favorire il No»

La tesi: l’affluenza bassa premia in genere il fronte più motivato, che oggi non pare più il Sì. Ecco le tattiche dei partiti, dal Pd al centrodestra, per evitare un “regalo al M5S

di Manuela Perrone

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(ANSA)

La tesi: l’affluenza bassa premia in genere il fronte più motivato, che oggi non pare più il Sì. Ecco le tattiche dei partiti, dal Pd al centrodestra, per evitare un “regalo al M5S


5' di lettura

Dietro i riposizionamenti e le fronde dei fautori del No nei partiti che finora avevano votato Sì (praticamente tutti) al taglio dei parlamentari c’è una grande preoccupazione: evitare di regalare al M5S una vittoria senza alcuna contropartita. Né in termini di consenso né in termini di vantaggi politici. E in questi giorni si comincia a valutare con attenzione la variabile astensionismo.

Gli effetti dell’astensionismo

Poiché il referendum del 20 e 21 settembre, a differenza di quelli abrogativi, non ha quorum, perché la riforma costituzionale sia approvata basta che la maggioranza dei voti validi si esprima a favore. Ecco perché c’è chi, nel fronte del No, confida nell’astensionismo: se saranno in pochi ad andare a votare in un periodo, l’autunno, al quale non siamo abituati e per di più in piena pandemia, si spera sia più elevato il numero di chi è motivato per fermare la riforma.

Pregliasco: attenzione a elettorati, Covid e motivazione

«Per le regionali si vota soltanto in sette regioni, quindi l’effetto traino sarà modesto», ragiona Lorenzo Pregliasco, direttore e cofondatore di YouTrend e docente di mass media e politica all’Università di Bologna. «La prima cosa interessante sarà capire se ci potrà essere un effetto Covid sulla partecipazione al voto, cioè se gli elettorati si muoveranno con una entità diversa a seconda di quanto ritengono esaurito o meno il pericolo del coronavirus. Chissà se questo non possa incidere. In altre parole: chissà se un certo tipo di elettorato, più spaventato ancora dal Covid, possa pensarci due volte prima di andare a votare e se invece un altro pezzo di elettorato, che pensa che l’emergenza sia superata, possa essere più tranquillo». Questo quale risultato favorirebbe? «Tradizionalmente una bassa affluenza favorisce il fronte più motivato. Qualche tempo fa avrei detto che il fronte più motivato era quello del Sì, ma oggi, forse anche un po’ per reazione, c’è un recupero di motivazione e di mobilitazione da parte di chi ha deciso di votare No».

Il “bottino” cui punta il M5S (e Di Maio)

Questo timore spiegherebbe anche l’iperattivismo del ministro degli Esteri Luigi Di Maio nella campagna referendaria: non passa giorno senza che l’ex capo politico rinnovi l’appello per il Sì. Appello che arriva dopo anni di retorica anti-casta, con l’aggiunta del carico simbolico degli ultimi scandali sul bonus ai parlamentari. È chiaro che per il Movimento (e per lo stesso Di Maio) la vittoria al referendum è il vero bottino politico: un’eventuale sconfitta alle regionali del centrosinistra sarebbe imputata molto più ai governatori Pd e allo stesso Zingaretti che non al M5S che ha rifiutato le alleanze. È il motivo per cui in casa dem si cerca almeno l’intesa sulla legge elettorale e il rispetto del patto di governo: se regalo agli alleati dev’essere, almeno che si mantenga l’onore.

I tormenti del Pd

Il Pd è infatti la forza politica più in difficoltà. Per una ragione molto semplice: il programma di governo in 29 punti sottoscritto con i Cinque Stelle esattamente un anno fa, recitava testuale al punto 10: «È necessario inserire, nel primo calendario utile della Camera dei deputati, la riduzione del numero dei parlamentari, avviando contestualmente un percorso per incrementare le opportune garanzie costituzionali e di rappresentanza democratica, assicurando il pluralismo politico e territoriale. In particolare, occorre avviare un percorso di riforma, quanto più possibile condiviso in sede parlamentare, della legge elettorale». E anche, recitava l’accordo, «procedere alla riforma dei requisiti di elettorato attivo e passivo».

L’accordo di governo originario

Lo scarto è evidente: mentre il taglio dei parlamentari, cavallo di battaglia storico del Movimento oggi più bandiera di facciata che convinzione profonda, è stato approvato definitivamente da Montecitorio l’8 ottobre scorso, tutto il resto non ha tagliato il traguardo. Il M5S arriva dunque al referendum potendo dire agli elettori di aver mantenuto le promesse, il Partito democratico no. Da qui gli affanni del segretario dem Nicola Zingaretti, incalzato dai sostenitori del No che via via escono allo scoperto: non soltanto alcuni singoli riformisti come Tommaso Nannicini e Giorgio Gori, ma anche le correnti di Matteo Orfini e Gianni Cuperlo. Anche se il corpaccione del partito resta a favore.

Zingaretti e le condizioni dem per il Sì

Zingaretti, intervistato dal Corriere della Sera, ha provato a rilanciare la conditio sine qua non per il Sì: «onorare» l’accordo di governo. Come spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti, deputato dem, schierato per il Sì, «è ancora non solo possibile, ma realistico». Come? Approvando almeno in un ramo del Parlamento le tre mini-riforme costituzionali di cui consta l’intesa, condensate in due disegni di legge.

Le mini-riforme costituzionali da far avanzare

Il primo è quello che allinea l’elettorato attivo e passivo del Senato a quello della Camera: votare a 18 anni ed essere eletti a 25. Il testo è in commissione, ma potrebbe andare in Aula a Palazzo Madama prima del 20 settembre. Il secondo è quello presentato da Federico Fornaro (Leu) che supera la base regionale per l’elezione del Senato per consentire anche circoscrizioni pluriregionali per affrontare i problemi di rappresentanza delle minoranze nelle regioni piccole e la riduzione di un terzo della platea dei delegati regionali per l’elezione del presidente della Repubblica. Il testo è all’esame della commissione Affari costituzionali della Camera e «può essere fissato in tempi ragionevoli a inizio settembre il termine per gli emendamenti», afferma Ceccanti.

Il nodo legge elettorale

Rimane lo scoglio della legge elettorale, il più arduo: in commissione a Montecitorio lo scorso gennaio era stato depositato il testo Brescia, che abolisce i collegi uninominali, ripristina un impianto proporzionale e fissa una soglia nazionale di sbarramento al 5%. Zingaretti chiede di nuovo adesso che sia almeno adottato un testo base prima del referendum. L’accoglienza nella maggioranza non è delle migliori. Soltanto Vito Crimi risponde che «il M5S è pronto a fare la sua parte». Fornaro, capogruppo di Leu a Montecitorio, ha subito ricordato invece come il tetto del 5% vada abbandonato. I renziani di Italia Viva sono stati freddissimi, questa estate, davanti all’ipotesi di una soglia così alta.

Il Sì timido del centrodestra

Anche nel centrodestra si levano gli scudi, ma la tensione in vista del referendum si respira anche lì. Sulla legge elettorale chiudono tutti. Matteo Salvini (Lega): «Zingaretti ha bisogno di assistenza, è l’unico in Italia per cui l’urgenza è la riforma elettorale». «Il Paese ha problemi più seri», dice sulla stessa lunghezza d’onda Mariastella Gelmini da Forza Italia. Eppure se si marcia uniti contro il Pd non si marcia altrettanto uniti sul Sì al referendum. Una posizione che imbarazza più che mai. Soprattutto perché una eventuale vittoria del No, in cui comunque credono in pochi, rappresenterebbe la spallata definitiva al governo e agli ex alleati pentastellati, molto più che una sonora sconfitta del centrosinistra alle regionali.

Salvini cauto, Forza Italia divisa

Lascia intuire le perplessità lo stesso Salvini, quando rivendica la coerenza a favore del Sì (come fa Giorgia Meloni da Fdi) ma aggiunge che «se qualcuno ritiene di esprimersi in senso contrario è liberissimo di farlo». Lo dimostrano i mal di pancia tra gli azzurri, in attesa di una parola definitiva da Silvio Berlusconi: stanno facendo campagna per il No Andrea Cangini e Simone Baldelli. Si è espressa contro il taglio la capogruppo al Senato Anna Maria Bernini (a differenza della sua omologa alla Camera Gelmini), così come il deputato Renato Brunetta, chiamando alle armi il voto «non populista». E naturalmente, al di là delle dichiarazioni di principio, c’è una fetta di parlamentari di tutti gli schieramenti contraria al taglio per questioni meramente personali: di fatto, per moltissimi, il Sì sarebbe la pietra tombale sulla propria carriera politica.

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