dopo il referendum in turchia

Referendum in Turchia: il retroscena siriano della telefonata Trump-Erdogan

di Alberto Negri

3' di lettura

Il Raìs turco cerca una nuova avventura militare in Siria per rinverdire la sua immagine vincente offuscata dalla contestata affermazione nel referendum costituzionale. «L'operazione Scudo dell'Eufrate non sarà l'ultima della Turchia in Siria», ha annunciato Erdogan dopo avere allungato di altri tre mesi lo stato d'emergenza per togliere ogni velleità all'opposizione. Questa volta è Donald Trump a dargli una mano con una telefonata di congratulazioni che ha due immediate conseguenze: mettere una pietra tombale sulla regolarità del voto e marcare un distacco con l'amministrazione Obama che diffidava del leader turco. Dopo il colpo di stato del 15 luglio Putin aveva anticipato il presidente americano, questa volta Trump è scattato ad afferrare la linea con Ankara.

Trump ha ringraziato Erdogan per il sostegno all'azione Usa contro Assad e i due presidenti hanno discusso della campagna anti-Isis e della
necessità di cooperare contro tutti i gruppi terroristici. Ricordiamo che la Turchia ritiene “terroristi” anche i curdi siriani alleati di Mosca e Washington contro il Califfato.
Come al solito quando l'Occidente discute con Ankara si rimane sempre in una nebbiosa ambiguità.
Ma Erdogan e Tump sono due populisti che potrebbero intendersi: molto dipenderà dai rapporti tra Mosca e Washington sul destino di Assad, entrato nel mirino Usa dopo i bombardamenti con presunte armi chimiche nella provincia di Idlib.

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È qui che Erdogan si sta giocando una partita vitale facendo il pendolo tra la Russia e gli Stati per assicurare alla Turchia una fascia di sicurezza in Siria che ha l'obiettivo principale di incunearsi nelle aree controllate dai curdi siriani dell'Ypg e dal regime di Damasco per impedire che i curdi abbiano continuità territoriale rafforzando l'autonomia del Rojava: in questa area si sono concentrate le forze anti-Assad con ribelli di varie sigle, da quelle legate alla Turchia, come l'Esercito di liberazione siriano (Els) ai qaidisti dell'ex Al Nusra.
Putin, per mettere in sicurezza Assad, ha ovviamente interesse a neutralizzare quella sacca e vista la rilevante presenza di qaidisti anche gli americani avevano tra i loro obiettivi liberare la zona.

Qui sono in corso anche scambi di popolazione tra sciiti e sunniti: due giorni fa i terroristi hanno attirato i bambini sciiti dei villaggi di Foua e Kfarya distribuendo croccantini, quindi hanno fatto saltare un'autobomba. Almeno 126 i morti tra i quali 68 bambini. Trump non è rimasto sconvolto e i tanto osannati e premiati “elmetti bianchi” non hanno aperto bocca.

Qual è l'obiettivo di Erdogan? Convincere gli Stati Uniti a consentire la penetrazione nella provincia di Idlib di forze filo-turche. In questi ultimi anni di presidenza Erdogan ha scelto di allontanarsi sempre più dall'Occidente, con cui è alleato nella Nato da 70 anni: la sua principale arma di ricatto è stata la minaccia di avvicinarsi per reazione a Mosca. La migliore carta di scambio che Ankara ha avuto finora avuto col Cremlino è stata proprio ventilare la prospettiva di assecondare più gli interessi russi che quelli occidentali nelle sue aree.

Ma se Mosca e Washington si mettono d'accordo per consentire alla coalizione dei curdi e degli arabi, l'Sdf, di conquistare Raqqa, la roccaforte del Califfato, per Erdogan si profila una sconfitta epocale e i curdi, accreditati come forza nazionale, potrebbero ritagliarsi anche una parte della provincia di Idlib.
Si profila quindi per Ankara l'incubo strategico ai suoi confini di una zona curda alleata con i cugini del Pkk, le forze della guerriglia e del terrorismo presenti nell'Anatolia del Sud Est.

Ecco uno dei motivi per cui questa telefonata di Trump è importante ed è stata preceduta qualche giorno fa da una missione del ministro della difesa turco Fikri Işık a Washington per discutere con il capo del Pentagono James Mattis: la richiesta di Ankara è di sostituire i curdi siriani nella lotta all'Isis per conquista di Raqqa con milizie sostenute dalle forze armate turche.

In poche parole Erdogan vorrebbe trasformare la sconfitta in Siria in una vittoria per proporsi all'interno come un leader nazionalista dal carattere forte alla Ataturk e in Medio Oriente come protettore dei sunniti. Se gli sarà concesso dagli americani e dai russi avremo a che fare per molti anni con un altro raìs che forse darà agli occidentali un'altra pericolosa illusione di stabilità.

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