ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùil voto sul taglio dei parlamentari

Referendum, il variegato fronte del «No» sogna la spallata dell’ultimo miglio

La partecipazione e l’esito della consultazione riveleranno quanto è ancora diffuso nel Paese il sentimento di antipolitica. Un test per tutti i partiti

di Manuela Perrone

Referendum sul taglio dei parlamentari: ecco le regole del voto

3' di lettura

Pezzi del Pd, molti renziani, frange di Forza Italia, malpancisti della Lega e di Fdi, Sardine, ex pentastellati, persino qualche dissidente M5S, Radicali, tanti costituzionalisti e giuristi. A dispetto del fatto che la legge costituzionale che taglia di 345 il numero dei nostri parlamentari sia stata votata praticamente da tutti i partiti, il fronte del No al referendum del 20 e 21 settembre è vasto e variegato. E nelle ultime settimane pian piano ha alzato la testa e provato a contarsi. Nella speranza di ribaltare quello che per i sondaggisti è l’esito scontato della consultazione, ovvero la vittoria del Sì.

Il “termometro” della partecipazione al voto

È una speranza, appunto, che, al di là della valenza delle argomentazioni tecniche contro il taglio, confida nell’affievolirsi nel Paese del sentimento di antipolitica coltivato e cavalcato dal M5S dal 2009 in poi. Realtà o illusione? A svelarlo non sarà soltanto il verdetto nudo e crudo, ma anche la partecipazione al voto: il Movimento non viaggia più intorno alle percentuali record raggiunte alle elezioni politiche del 2018 (32%) ed è quasi sparito nei territori. Non è dunque scontato che la “chiamata alle armi” del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, insieme agli altri big, sortisca l’effetto voluto, ovvero quello di portare in massa gli elettori a mettere la croce sul Sì alla riforma.

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Il Sì flebile del centrodestra

Qui entra in gioco la convinzione degli altri, in particolare degli ex alleati leghisti (in era gialloverde si erano compiuti tre dei quattro passaggi parlamentari necessari per l’approvazione della legge) e degli attuali alleati democratici (in epoca giallorossa il percorso è giunto a destinazione, con l’ultimo disco verde accordato dalla Camera a ottobre 2019). Convinzione che non sembra più granitica. Il Carroccio di Matteo Salvini non potrà mai rinnegare la riforma, votata per ben quattro volte e nata anche da una proposta di legge targata Calderoli. Ma due fedelissimi del leader, come Claudio Borghi e Alberto Bagnai, hanno esplicitamente annunciato il loro No. E molti, tra parlamentari e dirigenti del partito, sono pronti a seguirli nel segreto dell’urna. Salvini ha già lasciato intendere che non si straccerà le vesti. Idem la presidente di Fdi, Giorgia Meloni.

La «libertà di voto» di Berlusconi e Renzi

A destra, l’orientamento sembra essere dunque quello di lasciare libertà di voto a militanti ed eletti. Libertà «assoluta», ha garantito ad Agorà Estate su Rai Tre anche il numero uno di Forza Italia, Silvio Berlusconi. «Personalmente sono molto perplesso, in questo caso è un taglio russo che non si inquadra in una riforma complessiva del funzionamento delle istituzioni». Libertà di voto anche in casa Italia Viva: Matteo Renzi ha bollato il referendum come «inutile», negando sia che il taglio dei parlamentari rappresenti un attacco alla democrazia sia che costituisca una svolta storica.

Zingaretti: diero il No la volontà di destabilizzare

Resta la sinistra, dunque, a puntellare il Sì. A partire dal corpaccione principale del Pd. La direzione convocata il 7 settembre dovrà confermare la posizione, ma la lettera a Repubblica del segretario Nicola Zingaretti già dice tutto: dietro le critiche alla scelta di sostenere la riforma, secondo Zingaretti, ci sarebbe «un’insofferenza verso il governo, la maggioranza e il lavoro svolto». In altre parole «l’ipocrisia di chi agisce per destabilizzare il quadro politico attuale». Parole poco gradite da chi tra i dem aveva già anticipato il suo No, come il senatore riformista Tommaso Nannicini: «Manicheismo e processo alle intenzioni scattano sempre a sinistra quando scarseggiano idee e visione». Il collega Francesco Verducci accusa Zingaretti di «distorsione inaccettabile». E anche il capogruppo al Senato Andrea Marcucci, pur restando per il Sì, avverte: «Il Pd non è una caserma».

I bilanci all’orizzonte

Fibrillazioni e veleni fanno capire chiaramente che all’indomani del voto si tireranno le fila. Il M5S potrà intestarsi soltanto la probabile vittoria del Sì al referendum, un risultato con cui conta di oscurare la scontata irrilevanza delle sue liste alle elezioni regionali. Nel Pd invece si aprono due scenari: se terrà in Toscana, nelle Marche e in Puglia, Zingaretti potrà evitare il “processo” interno e difendere il percorso imboccato con la coalizione giallorossa, compresa la difesa del taglio dei parlamentari e delle riforme correlate in nome del rispetto del patto di governo. Se invece l’argine nelle regioni rosse non terrà, anche il Sì alla consultazione referendaria gli verrà rinfacciato come esempio di subalternità (perdente) al populismo. All’ipotesi remota di una rimonta in extremis del No credono in pochissimi, ma tutti concordano: travolgerebbe i Cinque Stelle come una slavina. E rischierebbe di trascinare con sé anche il governo.

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