RIFORME

Referendum al via, la possibile rivolta trasversale contro il taglio dei parlamentari

La raccolta potrebbe avere successo agendo trasversalmente: ci sono intanto i 14 voti contrari alla Camera, ci sono poi i circa 50 che l'8 ottobre erano assenti, e ci sono molti parlamentari di Fi, Pd e Iv che pur avendo votato a favore pensano che sia giusto che su una riforma così importante si esprimano i cittadini.

di Emilia Patta


Taglio dei parlamentari: tutte le nuove regole

3' di lettura

Da una parte i radicali storici, con una delegazione guidata dal segretario Maurizio Turco e dal tesoriere Irene Testa, che ha appena depositato in Cassazione la richiesta di un referendum confermativo di modifica della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari. Una richiesta al momento simbolica, visto che occorrerà raccogliere 500mila firme con tutti i costi che questo comporta, ma mai dire mai.

Dall'altra l'iniziativa partita in Parlamento, con i deputati Roberto Giachetti (renziano di Italia Viva) Debora Bergamini (Forza Italia) e Riccardi Magi (radicale di Più Europa) , che mira ad ottenere il referendum confermativo sullo stesso tema coinvolgendo un quinto dei parlamentari di una Camera come prevede la Costituzione in alternativa alla raccolta delle firme popolari. Ossia 126 deputati e\o 63 senatori (a Palazzo Madama l'iniziativa partirà nelle prossime ore).

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A parte Magi, che come tutti gli eletti di Più Europa ha votato contro la riforma voluta dal M5s e dal suo capo politico Luigi Di Maio, sia Bergamini che Giachetti fanno parte di gruppi che all'ultima votazione dell'8 ottobre hanno votato sì. Segno che il “dazio” pagato a Di Maio è stato ingoiato malamente da buona parte del Parlamento, compreso il Pd che nelle precedenti votazioni aveva votato no con l'argomentazione che si tratta di un taglio lineare che lascia intatta la vera anomalia del sistema istituzionale italiano: il bicameralismo paritario, ossia due Camere che fanno esattamente le stesse cose dando entrambe la fiducia al governo e approvando le stesse leggi nell'identico testo.

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Al di là del nodo irrisolto del bicameralismo paritario, c'è poi un impatto sulla rappresentanza di un taglio così cospicuo come quello approvato (345 parlamentari in meno, 230 alla camera e 115 al Senato): le regioni più piccole riuscirebbero ad eleggere solo 2 o 3 senatori dando di fatto un premio di maggioranza al primo partito e comunque favorendo solo i partiti più grandi. Da qui le proposte di modifica costituzionale per accompagnare il taglio chieste dal Pd e che dalla prossima settimana partiranno in Parlamento: l'uniformazione dell'elettorato passivo e attivo delle due Camere (anche i 18enni potranno votare per il Senato) e l'uniformazione del sistema elettorale delle due Camere con la previsione di collegi pluriregionali e non più solo regionali per il Senato.

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Eppure anche queste modifiche sono criticate dai parlamentari che hanno avviato la raccolta delle firme per il referendum confermativo: «Così si finisce per rendere il bicameralismo paritario ancora più paritario e dunque assurdo - dice Giachetti -: non solo due Camere che fanno le stesse cose ma che per di più sono elette dalla stessa platea e con il medesimo sistema elettorale. Un doppione ancora più inutile».

Ma quanta possibilità hanno i promotori di raggiungere quota 126 o 63? Sulla carta poca, perché nessun grande partito ha al momento intenzione di intestarsi la richiesta di referendum, neanche il M5s che ha il timore di «fare la fine di Renzi con il referendum del 2016». Eppure la raccolta potrebbe avere successo agendo trasversalmente: ci sono intanto i 14 voti contrari, ci sono poi i circa 50 che l'8 ottobre erano assenti, e ci sono molti parlamentari di Fi, Pd e Iv che pur avendo votato a favore l'8 ottobre pensano che sia giusto che su una riforma così importante si esprimano i cittadini. Sperando naturalmente in una bocciatura, visti i precedenti (oltre a quella di Renzi nel 2016 gli italiani bocciarono anche la riforma del centrodestra nel 2006).

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Per ora i leader stanno a guardare, ma se si dovesse arrivare al referendum nella prossima primavera tutto sarà possibile. Anche una campagna per il No da parte di Matteo Renzi e della sua Italia viva, o addirittura di Matteo Salvini e della sua Lega. Intanto, in caso di referendum, la legislatura sarebbe ancora più blindata: oltre ai tre mesi per attendere la raccolta delle firme serviranno poi altri due mesi per la campagna referendaria e la celebrazione del referendum. Solo allora sarà possibile mettere mano alla legge elettorale per adeguarla al ridotto numero degli eletti: altri due mesi. Giugno 2020, se non oltre, per poter eventualmente ritornare alle urne in caso di crisi.

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