LA PROCURA DI ROMA HA CHIUSO L’INCHIESTA

Regeni: quattro 007 egiziani verso processo. «Seviziato per giorni con lame e bastoni»

Rischiano di finire sono processo il generale Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi, Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Il ricercatore italiano seviziato per giorni con lame e bastoni

(foto Reuters)

4' di lettura

La Procura di Roma ha chiuso l'inchiesta relativa alla vicenda di Giulio Regeni, il ricercatore torturato ed ucciso in Egitto nel gennaio del 2016. I pm hanno emesso quattro avvisi di chiusura delle indagini, che precede la richiesta di processo, per appartenenti ai servizi segreti egiziani. Le accuse , a seconda delle posizioni, sono di sequestro di persona pluriaggravato, concorso in omicidio aggravato e concorso in lesioni personali aggravate. Chiesta l'archiviazione per una quinta persona, sempre 007 del Cairo.

Rischiano di finire sono processo il generale Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi, Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Quest'ultimo indagato, oltre al sequestro di persona pluriaggravato contestato a tutti, è accusato di lesioni personali aggravate (essendo stato introdotto il reato di tortura solo nel luglio del 2017) e l'omicidio del ricercatore friulano.

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Chiesta l'archiviazione invece per Mahmoud Najem. «Per quest'ultimo - spiega una nota della Procura di Roma - non sono stati raccolti elementi sufficienti, allo stato, a sostenere l'accusa in giudizio». La notifica della conclusioni «delle indagini è avvenuta tramite il rito degli irreperibili» direttamente ai difensori di ufficio italiani non essendo pervenuta l'elezione di domicilio degli indagati dal Cairo. «Come previsto dal codice di procedura penale gli indagati e i loro difensori d'ufficio hanno ora venti giorni di tempo per presentare memorie, documenti ed eventualmente chiedere di essere ascoltati», conclude la nota della Procura.

Pm,in 13 non indagati per mancate risposte Egitto

Il pm di Roma, Sergio Colaiocco, sentito dalla commissione parlamentare sulla vicenda Regeni ha ricordato che «ci sono altri 13 soggetti nel circuito degli indagati ma la mancata risposta ai nostri quesiti da parte delle autorità egiziane ci ha impedito di proseguire negli accertamenti ».

Pm, Giulio in mano agenti 007 per nove giorni

Il ricercatore italiano è rimasto nelle mani dei suoi sequestratori 9 giorni . È quanto emerge dall'atto di conclusione delle indagini del procuratore Michele Prestipino e del sostituto Sergio Colaiocco. A quattro appartenenti della National Security, il servizio segreto egiziano, i magistrati di Roma contestano il sequestro di persona pluriaggravato in «concorso tra loro e con soggetti non ancora identificati». Nel provvedimento viene ricostruita la vicenda del ricercatore italiano. Tutto parte «dalla denuncia presentata, negli uffici della National security, da Said Mohamed Abdallah, rappresentante del sindacato indipendente dei venditori ambulanti del Cairo Ovest». I quattro indagati «dopo aver osservato e controllato direttamente ed indirettamente, dall'autunno 2015 - scrivono i pm - alla sera del 25 gennaio 2016, Giulio Regeni, abusando delle loro qualità di pubblici ufficiali egiziani, lo bloccavano all'interno della metropolitana del Cairo». In base all'atto di conclusione delle indagini, Regeni venne condotto «contro la sua volontà e al di fuori di ogni attività istituzionale, prima presso il commissariato di Dokki e successivamente presso un edificio a Lazougly» dove venne «privato della libertà personale per nove giorni».

Pm: seviziato per giorni con lame e bastoni

La descrizione delle violenze subite dal ricercatore italiano nel corso dei suoi giorni di sequestro in Egitto fornita dai magistrati di Roma nell'atto di chiusura delle indagini è drammatica: sevizie durate giorni che causarono al ragazzo «acute sofferenze fisiche» messe in atto anche attraverso oggetti roventi, calci, pugni, lame e bastoni.

Regeni: teste,vidi Giulio ammanettato e con segni tortura

«Ho visto Giulio ammanettato a terra con segni di tortura sul torace». È il racconto fornito da uno dei cinque testimoni sentiti dai magistrati di Roma nell'ambito dell'inchiesta sull'omicidio di Giulio Regeni. La sua testimonianza è stata citata oggi dal pm Sergio Colaiocco nel corso dell'audizione davanti alla commissione di inchiesta sulla morte del giovane ricercatore italiano.

Il maggiore Sharif torturò e uccise Giulio

In particolare, è il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, il torturatore di Regeni e colui che lo uccise. A inchiodare Sharif sarebbero le parole di alcuni testimoni sentiti nei mesi scorsi dai pm di piazzale Clodio. La morte di Giulio è stato «atto volontario e autonomo» messo in atto dall'indagato. «Al fine di occultare la commissione dei delitti suindicati - scrivono i magistrati -, abusando dei suoi poteri di pubblico ufficiale egiziano» Sharif «con sevizie e crudeltà, mediante una violenta azione contusiva, esercitata sui vari distretti corporei cranico-cervico-dorsali, cagionava imponenti lesioni di natura traumatica a Regeni da cui conseguiva una insufficienza respiratoria acuta di tipo centrale che lo portava a morte».

Madre Regeni, la nostra lotta è diventata di civiltà

«Nessuno avrebbe pensato di arrivare dove siamo oggi - ha detto in conferenza stampa alla Camera Paola Regeni, madre di Giulio -. Oggi è una tappa importante per la democrazia italiana e per l'Egitto. Niente ci ferma. La nostra lotta di famiglia è diventata una lotta di civilità per i diritti umani, che è come se agisse Giulio. Giulio è diventato uno specchio che riverbera in tutto il mondo come vengono violati i diritti umnani in Egitto ogni giorno».

« Commissione chiarisca su zone grigie in Italia»

«Chiediamo alla Commissione di inchiesta di fare chiarezza sulle responsabilità italiane, ci riferiamo a tutte quelle zone grigie - ha aggiunto la madre del ragazzo ucciso -.. Cosa è successo nei Palazzi italiani da quel 25 gennaio al 3 febbraio. Come mai Giulio, un cittadino italiano, non è stato salvato in un Paese che era amico e che continua ad essere amico?». Paola Regeni ha aggiunto che «altrimenti tutti gli italiani che vanno all'estero possono ben dire di non sentirsi sicuri».

Papà Regeni, via l'ambasciatore,è servito solo per interessi

Da quando nel 2017 è stato rinviato l'ambasciatore italiano durante il governo Gentiloni, ha sottolineato il padre di Giulio, Claudio Regeni, «uno degli scopi era la ricerca di verità e giustizia per nostro figlio Giulio. Purtroppo questo punto è stato messo in secondo piano dando priorità alla normalizzazione dei rapporti tra Italia ed Egitto e a sviluppare i reciproci interessi in campo economico, finanziario e militare, vedi la recente vendita delle fregate, e nel turismo, evitando di affrontare qualsiasi scontro. L'atteggiamento dell'ambasciatore Cantini è una chiara dimostrazione di tutto ciò».

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