120 oreDI CESSATE IL FUOCO

Regge la tregua in Siria, ma Erdogan torna a minacciare i curdi

Se non ci sarà il ritiro delle milizie curde Ypg entro la sera del 22 ottobre «continueremo» l'operazione militare «da dove ci siamo fermati», e «spaccheremo le teste dei terroristi», ha ribadito il presidente turco parlando a Kayseri, nel cuore dell'Anatolia


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(Afp)

2' di lettura

Regge la fragile tregua nel nord-est della Siria. Nel secondo dei cinque giorni di cessate il fuoco concordati da Turchia e Stati Uniti, Ankara e i curdi continuano a rimpallarsi accuse di violazioni. Scontri sul terreno sono confermati anche dall'Osservatorio siriano per i diritti umani (Ondus) nell'area di Ras al Ayn, la città di confine sotto il più duro assedio turco. Ma secondo la stessa ong, una «relativa calma prevale in tutta l'area a est dell'Eufrate», e i curdi annunciano anche di aver ripreso le operazioni anti-Isis.

La tregua resta comunque appesa a un filo. Il leader turco Recep Tayyip Erdogan è tornato a minacciare la ripresa dell'offensiva. «Se non ci sarà» il ritiro delle milizie curde Ypg entro la sera del 22 ottobre, «continueremo» l'operazione militare «da dove ci siamo fermati», e «spaccheremo le teste dei terroristi», ha ribadito da Kayseri, nel cuore dell'Anatolia. «I nostri soldati sono pronti ad andare ovunque», ha avvisato Erdogan, scagliandosi ancora contro quei Paesi occidentali «ipocriti» che «oggi vogliono darci lezioni» e «hanno quasi tutti un passato di massacri, invasioni e colonizzazioni».

Nell'ultimo giorno della tregua di 120 ore concordata da Washington e Ankara è in programma anche un faccia a faccia di Erdogan con il presidente russo Vladimir Putin a Sochi. «Le forze del regime sono presenti in alcune parti dell'operazione antiterrorismo. Discuterò la questione» con il leader russo, ha spiegato il presidente turco, che aveva già dato il via libera al passaggio delle località strategiche di Kobane e Manbij nelle mani di Mosca e Damasco, purché vengano allontanati i curdi.

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Nel frattempo, sul terreno proseguono a Ras al Ayn gli scontri tra Ypg e milizie siriane filo-Ankara. Queste ultime, denunciano i curdi e l'Ondus, continuano anche a bloccare i corridoi umanitari e quelli che dovrebbero permettere l'evacuazione dei combattenti, sabotando di fatto della tregua. «Gli aggressori continueranno ad attaccare a meno che non ci sia un garante», ha avvertito il responsabile della comunicazione delle Forze democratiche siriane, Mustafa Bali. Anche la Turchia denuncia però violazioni del cessate il fuoco. Almeno 14 in 36 ore, sostiene la Difesa, quasi tutte a Ras al Ayn.

Il quadro della situazione in Siria continua a destare forte preoccupazione in tutto il mondo. Il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg promuove l'intesa Usa-Turchia come una possibile «base per arrivare a una de-escalation». Ma a Washington non si spegne il fuoco amico su Donald Trump. Mitch McConnell, leader dei repubblicani al Senato, ha sferrato un duro attacco al presidente dalle colonne del Washington Post, definendo il ritiro delle truppe americane dalla Siria un «grave errore strategico» che «rischia di ripetere l'avventato ritiro del governo Obama dall'Iraq, che ha agevolato la crescita dell'Isis». McConnell chiede quindi di riportare al confine i soldati e «separare Ankara da Mosca, riportandola all'ovile Nato».

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