dibattiti

Regionalismo differenziato e cultura: uno stallo privo di idee

Le richieste di autonomia di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna sulla tutela, valorizzazione, promozione e organizzazione dei beni culturali e il rifiuto del Governo. Necessario ripartire per armonizzare i territori

di Daniele Donati*


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Turisti al Cenacolo di Leonardo da Vinci (Maurizio Maule/Fotogramma)

4' di lettura

Con il nuovo esecutivo in carica, dovrebbero ripartire le trattative con le regioni che hanno avanzato le proposte di autonomia differenziata. È dunque di qualche interesse fare il punto sullo stato dell'arte delle stesse in relazione all'ambito culturale, specie dopo mesi di dibattito condotto tra massimalismi e pregiudizi, proclami e ultimatum, e comunque ben poco attento a questa materia.
Va anche detto che, nell'imbarazzante silenzio delle “fonti ufficiali” dopo gli accordi preliminari del febbraio 2018 (e ciò anche a causa del procedimento ivi previsto) gli unici documenti utili a capire quanto si è discusso sono le bozze d'intesa del 15 maggio scorso, la cui lettura è comunque utile a capire come si siano orientate le parti in gioco.
Cominciamo dicendo che l'ambito che l'art.116, 3° comma della Costituzione apre alle richieste di «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia» è amplissimo. Si va dalla «tutela (…) dei beni culturali» (oggi competenza esclusiva dello Stato) alla loro «valorizzazione», alla «promozione e organizzazione di attività culturali» (queste ultime oggetto di legislazione concorrente di Stato e regioni).

La do manda. Cosa chiedevano dunque le regioni, e cosa ha risposto fino ad oggi il MIBAC ? Per quanto concerne la tutela, Lombardia e Veneto hanno di fatto provato a giocare al massimo rilancio, richiedendo sia piena potestà legislativa e amministrativa per i beni culturali immobili e mobili presenti sul loro territorio (la prima ne reclama anche titolarità e gestione) sia la regionalizzazione delle Soprintendenza Archeologia, belle arti, paesaggio, della Sovraintendenza Archivistica e bibliografica e delle relative risorse umane, finanziarie e strumentali.

Il rifiuto del Governo è assoluto. Vengono però rigettate anche le più modeste istanze dell'Emilia Romagna di attribuzione della competenza legislativa e amministrativa per quanto necessario alla costituzione di «un sistema museale regionale integrato» (mirato a rendere maggiormente efficaci anche gli interventi di valorizzazione) e alla ricomposizione de «il sistema delle competenze in materia di tutela e valorizzazione dei beni librari».
Difficile da giustificare, infine, rispetto alla richiesta di tutte e tre le regioni di attribuzione di funzioni legislative e amministrative per la tutela e la valorizzazione di manoscritti, autografi, carteggi, incunaboli, raccolte librarie, libri, stampe e incisioni non appartenenti allo Stato, il diniego dato all'istanza emiliano-romagnola e l'accoglimento di quelle, in testo pressoché identico, di Lombardia e Veneto.

Differenze. Rispetto alla valorizzazione, il quadro è ancor più articolato.
Oltre alla fantasiosa pretesa di autonomia per interventi a favore del patrimonio culturale di origine regionale all'estero (categoria di davvero difficile identificazione), il Veneto ha chiesto potestà legislativa e amministrativa per la valorizzazione di tutti i beni presenti sul territorio regionale. Alla risposta del MIBAC , che concedeva detta autonomia solo in relazione a un elenco tassativo e molto contenuto di beni, la regione replica rifiutando la controproposta.
Del pari anche Lombardia (che reclamava competenze circoscritte, ma rispetto a un numero molto più consistente di beni) ed Emilia Romagna (la quale mirava ad avere autonomia sui musei presenti in regione, compresi quelli statali) respingono analoghe controfferte governative.
Per quanto riguarda infine la promozione e l'organizzazione di attività culturali e di spettacolo, il Veneto si vede negare la piena competenza amministrativa in materia, ivi compresa l'intera gestione del FUS e del Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell'audiovisivo per la parte di contributi ad essa spettanti. Per parte loro Lombardia (solo sul FUS) ed Emilia Romagna (anche sul Fondo per il cinema) avevano invocato anche competenza legislativa, volendo giungere “in proprio” alla definizione dei criteri e delle modalità di assegnazione e ripartizione dei fondi loro destinati. Alla controproposta ministeriale che gli riconosceva potestà solo amministrativa per la rimodulazione dei contributi FUS assegnati a soggetti operanti nel loro territorio per un massimo del 10%, (ad esclusione di quelli destinati alle fondazioni lirico-sinfoniche e ai teatri nazionali), le due regioni rispondono con un rifiuto.

Da dove ripartire. Com'è evidente, il governo oggi in carica si trova a ripartire da una situazione di stallo e, si direbbe, di assoluta incomunicabilità, che almeno in apparenza è di difficile soluzione.
Tra istanze regionali a tratti inutilmente radicali e comunque poco mirate o innovative e la chiusura quasi pregiudiziale del Ministero, si ripropone anche qui il contrasto sterile fra chi sostiene l'urgenza di dare maggiore autonomia ai territori del Paese più ricchi e capaci e chi diversamente afferma, in funzione di sintesi e a scopi perequativi, l'esigenza di una conservazione al centro di competenze e risorse. E ciò è frutto di quello che pare un peccato originale di questa intera vicenda, l'aver voluto procedere all'attivazione del meccanismo ex art.116 Cost. senza aver messo in campo analisi e confronti nel merito delle questioni.
In altre parole, sarebbe stato opportuno, prima di qualsiasi altro passo, avere una maggiore chiarezza reciproca su ciò che si intende (e si può) fare più efficacemente a livello regionale, su quali siano le vocazioni (e le possibilità) di ciascun territorio, e sulla base di queste determinazioni ridisegnare la strumentazione normativa e amministrativa necessaria.
Si sarebbe così evitato l'attuale muro contro muro puramente ideologico che non solo rischia di tradursi in un nulla di fatto, ma senza dubbio inasprisce le relazioni tra Stato e regioni.
Ancor più che altri, il settore culturale mette così in predicato un'altra, ennesima occasione di ripensamento e di rilancio, e quindi la possibilità di un serio rafforzamento delle garanzie al centro e di sperimentazione di soluzioni anche inedite in aree specialmente avanzate. In questo senso, si pensi a una più stretta armonizzazione, sul territorio, tra le azioni di tutela e quelle per la valorizzazione, o alla loro pianificazione congiunta con le politiche di promozione territoriale e per il turismo. O ancora a misure integrate e trasversali con il coinvolgimento di scuole, teatri, musei e biblioteche, o alla possibile interazione tra interventi di rigenerazione urbana, politiche sociali e misure di attivazione culturale.
Vero è che, anche in ragione della nuova stagione di governo, non è ancora troppo tardi. Vedremo se la ragionevolezza, o almeno l'esigenza di mediazione tra le parti in causa riusciranno ad avere la meglio.

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