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Régis Jauffret, microfinzioni di uno scrittore

Dell’autore marsigliese sono in libreria Autobiografia e Giochi di spiaggia

di Riccardo Bravi

2' di lettura

«Se Houellebecq impiega uno sguardo sociologico sulla letteratura, l'opera di Régis Jauffret tende invece a distruggere il reale, a metterne in luce tutte le ambiguità». Di Régis Jauffret per il pubblico italiano c’è il volume Autobiografia e Giochi di spiaggia, freschissimo di stampa per le edizioni Clichy.

Autobiografia

Si tratta di una scommessa editoriale divisa in due parti: la prima, intitolata Autobiografia, è una breve novella surreale nella quale il protagonista – del quale non vengono svelati né nome né età né status sociale – si accoppia senza il minimo ritegno con qualsiasi donna riesca a trovare nei suoi brevi spostamenti, facendosi mantenere e foraggiare da queste finché qualcosa di tragico non metta fine ai suoi giochi perversi. Segue Giochi di spiaggia, una raccolta di finzioni (due pagine o poco più: forse per sfuggire alla censura? Chissà…) che sono il riverbero – per stile e temi – delle celeberrime «microfinzioni», attraverso le quali si è fatto conoscere al grande pubblico lo scrittore marsigliese.Per quanto riguarda le tematiche delle due raccolte, esse non hanno nulla a che vedere con la vita personale dell'autore, che nel periodo in cui Autobiografia veniva concepito (il libro esce nel 2005 in Francia) «abitava a Parigi ed era già sposato con due figli, facendo dunque tutto l'opposto di ciò che si narra nel libro».

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Libertà e creatività

Inoltre, sostiene Jauffret, «non esiste premeditazione né alcun tipo di riflessione prima di scrivere: tutto avviene all'istante, alla maniera di un flusso ininterrotto di pensieri. Sono uno scrittore che non fa per niente uso dell'ideologia». Smarcandosi dunque da un uso dell'ideologia tipica dell'esistenzialismo francese del Novecento (che Sartre e Camus rappresentano a pieno titolo), Jauffret ribadisce che libertà e creatività sono gli aspetti più importanti per chi si ostina a raccontare storie.

Egli infatti non dà alcuna ricetta della vita né cerca di riflettere sulla scrittura stessa rifacendosi a delle teorie letterarie ben precise. «È mancanza di stima in me stesso», dirà addirittura l'autore schernendo il romanziere della Peste: «essere paragonati a Camus non è tuttavia un vanto; in Francia se gli si viene accostati non significa essere buoni scrittori, anzi. Non che egli fosse un cattivo scrittore: tutto risale all'interpretazione che, negli ultimi anni, è stata data alle sue numerose citazioni».Tuttavia, per capire di più di questo scrittore, sarebbe forse meglio ricordare una delle sue uscite più celebri, e non prendersi sicuramente troppo sul serio: «La letteratura è una scappatoia capace di sublimare qualsiasi situazione tragica, compresa l'esistenza».


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