la brexit che sarà

Regno Unito e Ue, storia di un amore mai sbocciato

di Valerio Castronovo


default onloading pic
(Ap)

3' di lettura

La convivenza, durata per 45 anni, fra la Gran Bretagna e la Comunità europea, è sempre stata difficile. Innanzitutto, perché l’adesione del Regno Unito alla Cee fu dovuta a suo tempo soprattutto all’insuccesso dell’Efta, la zona di libero scambio promossa nel 1960 da Londra per contare su una propria area d’influenza economica nel Vecchio continente parallela a quella politica su scala internazionale che le assicurava il Commonwealth. Senonché il sostanziale ristagno dell’economia britannica, rispetto al passo spedito di quelle tedesca e francese, indusse il premier conservatore Edward Heath a bussare nel 1966 alla porta di Bruxelles per venire a patti.

Ci volle da allora, a causa del veto di De Gaulle, una lunga anticamera prima che nel gennaio 1973 il Regno Unito venisse infine ammesso nel Mercato comune. Ma dal 1980 Bruxelles cominciò a dover fare i conti con Margaret Thatcher, risoluta nel mettere in discussione questo o quell’aspetto della governance: si trattasse del budget comunitario, della politica agricola, delle relazioni estere o delle normative giuridiche. D’altronde la formula dell’opting-out consentiva al Regno Unito di sottrarsi ad alcuni obblighi comunitari senza però rinunciare alle stesse prerogative degli altri Paesi membri della Cee. Si giunse poi sull’orlo della rottura quando nel 1988 la “Lady di ferro” diede fuoco alle polveri contro la prospettiva dell’unificazione monetaria europea, considerandola il preludio di un “superstato” sovranazionale.

Dopo il varo nel 1992 del trattato di Maastricht, a cui Londra non aveva perciò aderito, John Major seguitò ad arroccarsi sulle stesse posizioni della Thatcher, anche se non ricorse più a certe focose levate di scudi in difesa degli interessi di bottega britannici. Era sembrato infine che Tony Blair (insediatosi a Downing Street nel 1997 e riconfermato nel 2001) fosse disposto a prendere in considerazione la prospettiva di una “cooperazione rafforzata” non solo sul versante economico, ma anche su quello della difesa e della sicurezza. Tuttavia anche il premier laburista rimase legato, in politica estera, al tradizionale insularismo britannico e alla special relationship con gli Stati Uniti, come risultò evidente in seguito all’invasione dell’Iraq di Saddam Hussein nel 2003.

Certo, non è stata unicamente Londra, con le sue reticenze nei confronti di ulteriori passi sulla strada di una maggior integrazione, a inceppare l’itinerario della Ue. Poiché altri egoismi nazionali, altri calcoli politici strumentali o determinati contrasti d’interesse hanno seguitato a costellare il percorso della Ue, come ben sappiamo.

Sta di fatto che, dopo il successo riportato nelle elezioni del 2013 dall’Ukip di Nigel Farage e un’ondata di euroscetticismo giunta a contagiare pure una parte dei laburisti (tornati intanto su posizioni vetero-massimaliste), David Cameron volle rinegoziare le condizioni dell’adesione del Regno Unito alla Comunità europea avanzando altre richieste a Bruxelles (in aggiunta agli opt-out già in atto su euro, Schengen, giustizia e Carta dei diritti), tra cui la facoltà dei Parlamenti nazionali di respingere (con una maggioranza del 55%) le leggi europee e di bloccare le direttive della Commissione di Bruxelles. Pretese evidentemente inaccettabili, a meno di disarticolare la struttura della Ue e di pregiudicarne la governabilità. Tutt’al più, si sarebbe potuto stipulare uno specifico accordo con Londra che contemplasse la facoltà della City di sottrarsi ai sistemi regolatori comuni in materia finanziaria. Che era in fondo ciò che più stava a cuore agli ambienti economici britannici, ma che non bastò per tacitare l’ala dura del partito conservatore.

    In questo contesto fu un grave errore l’incauta decisione di Cameron di indire un referendum sulla permanenza o meno del Regno Unito nella Ue: anche se solo una maggioranza ristretta di cittadini britannici decretò nel giugno 2016 la Brexit, su cui molti di loro vorrebbero ora ripensarci tanto da invocare un altro referendum nel timore oltretutto che un’uscita dalla Ue, senza un accordo preventivo con Bruxelles sarebbe un salto nel buio.

    Intanto, venute meno certe ipoteche di Londra, occorre che i leader dei principali partiti europei dimostrino ai cittadini e all’opinione pubblica, in vista delle prossime elezioni, di saper far fronte ai sovranisti e ai populisti elaborando, in alternativa, sia un programma d’azione efficace e convincente sia una visione del futuro lungimirante. E ciò in base a una strategia che, da un lato, coniughi crescita economica e inclusione sociale; e che, dall’altro, valga a rendere l’Europa più coesa e robusta nello scacchiere internazionale dinanzi a Stati Uniti, Cina e India, nonché alla risorgente potenza russa.

    Riproduzione riservata ©
      Per saperne di più

      loading...

      Loading...

      Newsletter

      Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

      Iscriviti
      Loading...