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Regno Unito al voto, come Johnson è riuscito a strappare il sì per le urne

Al quarto tentativo il premier britannico Boris Johnson è riuscito a convincere la Camera dei Comuni a dare il via libera per elezioni il 12 dicembre. L’ok definitivo del Parlamento è arrivato per vie tortuose, e forse il premier deve ringraziare anche alcuni suoi avversari

di Claudio Martinelli


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4' di lettura

Finalmente, al quarto tentativo, Boris Johnson è riuscito a convincere la Camera dei Comuni dell'opportunità di tornare a votare. Ieri sera, al termine dell'ennesima estenuante giornata parlamentare, è stata approvata una legge che fissa per giovedì 12 dicembre la data per le prossime elezioni (anticipate) del Parlamento britannico.

Ora il testo passa all'esame dei Lord, che però difficilmente si opporranno e dovrebbero licenziarlo piuttosto rapidamente per fare in modo che la legge venga promulgata dalla Regina già durante questa settimana.

Tuttavia, ancora una volta, il contesto della Brexit ha portato i protagonisti ad imboccare un sentiero particolarmente tortuoso per arrivare ad una decisione che, alla fine, ha raccolto una maggioranza schiacciante: 438 a 20. Proviamo a capire perché, dipanando il complesso intreccio intercorso tra i comportamenti dei leader politici e le leggi che regolano questi passaggi istituzionali.

Il punto di partenza: i poteri del Primo ministro
Il punto fondamentale da cui partire riguarda i poteri del Primo ministro. Per più di un secolo e mezzo il potere di scioglimento anticipato del Parlamento è stato nelle mani di quest'ultimo che, quando lo riteneva politicamente opportuno per se stesso e per il proprio partito, si recava dal sovrano per “suggerirgli” la dissolution della Camera dei Comuni, e il monarca puntualmente lo assecondava.

Poi, nel 2011 le Camere votano una legge, chiamata Fixed-term Parliaments Act, con cui viene sottratta al Primo ministro questa prerogativa. Si sancisce il principio secondo cui da quel momento il Parlamento avrà una durata fissa di cinque anni, e saranno possibili elezioni anticipate solo in due casi specifici: l'approvazione da parte della Camera dei Comuni di una mozione di autoscioglimento votata con la maggioranza dei due terzi; oppure, attraverso una mozione di sfiducia al Governo, a maggioranza semplice, cui non faccia seguito nei successivi 14 giorni una mozione di fiducia ad un nuovo governo, o eventualmente il ripristino della fiducia a quello in carica.

Dunque, poche settimane fa, quando Johnson capisce che il Parlamento sta riuscendo, contro la sua volontà, ad approvare una legge che esclude la Brexit senza accordo, presenta per ben due volte ai Comuni una mozione per il loro scioglimento, che però in entrambi i casi non ottiene i due terzi previsti. Passa del tempo, lui negozia l'accordo con la Ue ma il Parlamento gli si rivolta contro. E allora, lunedì sera, il Primo ministro ci riprova per terza volta, ma subisce nuovamente una bruciante sconfitta parlamentare con la bocciatura anche di questa mozione.

La mossa a sorpresa di Johnson (e i suoi retroscena)
A questo punto non gli resta che giocare una mossa a sorpresa, che paradossalmente gli viene suggerita da due partiti di opposizione. Fin da domenica sera, infatti, grazie ad un'indiscrezione del quotidiano The Guardian, l'opinione pubblica viene a conoscenza di un piano architettato dai Liberal Democratici e dagli autonomisti scozzesi dell'Snp, favorevoli al ritorno immediato alle urne, per aggirare gli ostacoli giuridici rappresentati dalla legge del 2011.

Il piano prevedeva la presentazione in Parlamento di un progetto di legge, chiamato appunto Early Parliamentary General Election Bill 2019, che sancisse espressamente e in via eccezionale rispetto alle regole generali, l'interruzione della legislatura in corso e la fissazione delle elezioni per il 12 dicembre. Quale sarebbe stato il vantaggio? Molto chiaro: una legge viene approvata a maggioranza semplice, non ha bisogno dei due terzi. Per cui la contrarietà di Corbyn e dei Laburisti alle elezioni anticipate sarebbe stata superata da una occasionale maggioranza tra opposti: Conservatori, LibDem, Snp.

E, infatti, una volta bocciata la terza mozione di Johnson, il Governo ieri mattina presenta la legge ai Comuni e chiede l'applicazione di un procedimento legislativo d'urgenza. Durante la stessa mattinata, però, anche in virtù della decisione della Ue di concedere la proroga sulla Brexit fino al 31 gennaio 2020, che quindi allontana l'ipotesi del temuto no deal, Corbyn dichiara che adesso anche i Laburisti sono favorevoli allo scioglimento.

La battaglia sugli emendamenti
A questo punto la battaglia legislativa si sposta sugli emendamenti. Le opposizioni chiedono di inserire nella legge in discussione l'estensione del diritto di voto ai cittadini europei che vivono da anni nel Regno Unito e ai sedicenni e diciassettenni, nonché di spostare la data del voto dal 12 al 9 dicembre. Ebbene, i primi due non vengono ammessi e il terzo viene bocciato 315 a 295. A questo punto il progetto ha la strada spianata e in serata ottiene il via libera dei Comuni con il nettissimo divario di 418 voti.

A questo punto possiamo dire che la Brexit è in stand-by. I risultati delle elezioni diranno se uscirà una maggioranza chiara per ratificare l'Accordo stipulato da Johnson con l'Unione europea, oppure se vi sarà un Parlamento senza maggioranza, o magari se ne formerà una trasversale che vorrà ridiscutere tutto. Al momento tutte le soluzioni sono teoricamente possibili, anche se sullo sfondo campeggia già minacciosa la nuova scadenza di gennaio 2020. Per ora, l'unica cosa sicura è che le prossime settimane non saranno noiose.

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