banche tedesche

Regole più soft? nobile causa per fini di bottega

di Marco Onado

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3' di lettura

Nonostante molte resistenze iniziali, le banche hanno alla fine accettato che il capitale aumentasse in modo consistente e che ne migliorasse la qualità. E infatti questo è il punto per cui le autorità possono sostenere che oggi il sistema finanziario internazionale è molto più robusto di prima della crisi.

All’inizio, cioè dalla fine degli anni 80, il requisito di capitale veniva calcolato tenendo conto della diversa rischiosità delle varie voci di bilancio attraverso il parametro dell’attivo ponderato per il rischio (Risk weighted assets o Rwa). I valori erano quelli, pochi e rozzi, del primo accordo internazionale; dal 2004 sono diventati quelli prodotti dai modelli interni delle banche, purché validati dalle autorità.

Ma è proprio da allora che è iniziata l’erosione del patrimonio contabile delle banche, soprattutto europee. Si è infatti aperto uno scollamento tra totale attivo e Rwa che avvantaggia i grandi intermediari che hanno una forte componente di attività diverse dai prestiti alla clientela. Nelle grandi banche europee, secondo i dati dell’ultima rilevazione Mediobanca, le Rwa sono fra il 25% e il 30% del totale attivo (contro valori italiani superiori al 40% delle grandi e oltre il 50% per le banche medie e piccole). In altre parole, le grandi banche tedesche (ma anche francesi e olandesi) hanno trilioni di euro di attività che non pagano dazio quando passano da Basilea o che pagano cifre modeste, come i misteriosi titoli di livello-3 che, sempre secondo Mediobanca, rappresentano oltre un terzo del patrimonio netto di molte grandi banche.

Autorevoli regolatori e insospettabili ricerche hanno messo in luce le distorsioni di questo sistema (qualcuno ha parlato di una vera e propria «manipolazione») e hanno invocato un freno. Ma le critiche a Basilea sono andate più in là. Il sistema non solo continua a essere sempre più complesso e dunque opaco, ma soprattutto introduce un duplice livello di distorsioni. Avvantaggia l’attività puramente finanziaria rispetto a quella di prestito a sostegno dell’attività produttiva e comporta costi fissi che penalizzano le banche di medie e piccole dimensioni. Di fatto è quindi una sorta di imposta regressiva, ancora una volta ai danni del credito, soprattutto alle imprese minori che in questa categoria di banche trova un riferimento importante.

Il paradosso è che la presa di posizione tedesca critica proprio la riforma più opportuna e sacrosanta e ignora gli altri due ben più gravi problemi. Dunque, almeno per il momento, attacca Basilea sul fronte sbagliato per puri interessi di categoria.

È probabile che in Germania l’obiettivo si ampli strada facendo per difendere le casse di risparmio e le popolari, fragili dal punto di vista economico e patrimoniale, ma assai potenti politicamente. Ed è sperabile che questa volta non si cerchi di proteggere aziende decotte, ma si vada alla radice del problema, che consiste nel fatto che Basilea è una macchina sempre più sofisticata, che rischia di penalizzare proprio le categorie di banche più utili all’economia. Non è un caso che gli Stati Uniti, il cui sistema bancario oggi è molto più robusto di quello europeo, abbiano fin dall’inizio deciso di applicare le regole di Basilea solo alle banche maggiori, affidando la vigilanza per la generalità del sistema alla Federal deposit insurance corporation (Fdic), che ha dimostrato di essere flessibile ed efficiente. Gli errori di vigilanza che hanno portato alla crisi sono infatti imputabili ad altre autorità, in primis la Securities and exchange commission (Sec), che aveva pieni poteri sulle banche di investimento i cui i modelli interni hanno prodotto scempi inenarrabili.

Le autorità europee sono giustamente compiaciute di aver reso le banche più robuste. Ma non possono ignorare i molti, troppi, punti di debolezza soprattutto nel confronto con gli Stati Uniti. E un ripensamento del nostro approccio a Basilea è ormai opportuno, soprattutto per tutelare il credito all’attività produttiva che, con buona pace delle meravigliose trasformazioni della finanza moderna, rimane la ragion d’essere di un sistema bancario efficiente.

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