RIFORME E CONTROLLI

Regole a una svolta. La digital economy ora è sotto assedio

di Marco Valsania


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(Agf)

3' di lettura

«Mi ricorda il Duemila». Ken Leech, chief investment officer del gruppo di asset management Legg Mason, riconosce l’eco “dolorosa” di bolle esplose in passato nel terremoto che oggi scuote la leadership tecnologica in Borsa. Allora gonfiate da un boom scriteriato di fragili dot com. Oggi nutrite da eccessi di “compiacenza”, dall’affollamento di investitori corsi all’acquisto di grandi titoli tech e Internet che però ancora una volta non hanno tenuto conto dei rischi, questa volta di svolte nelle regole del gioco. Leech, ai margini di una conferenza di gestori, esprime il drammatico cambiamento di clima - e forse di un’epoca - per i protagonisti dell’economia digitale. La nuova era vede in discussione strette sulla digital economy chieste dalla politica come dai consumatori, attraverso inchieste, proposte di legge, nuove regole. Capaci di lasciarsi alle spalle un “far west” che ha facilitato le performance dei nuovi colossi, da Facebook a Twitter, da Alphabet fino ad Amazon - ieri, in un gesto altisonante e sintomatico - attaccata apertamente dal tweet dello stesso presidente Donald Trump per impatto deleterio su tasse e concorrenza.

IL POLSO DEI CONSUMATORI
IL POLSO DEI CONSUMATORI
IL POLSO DEI CONSUMATORI

La svolta, che oggi trova sponda negli Stati Uniti e potrebbe imporre revisioni di interi modelli di business, vede nella privacy il fronte più caldo. Se un giro di vite è già in atto in Europa, il re dei social network Facebook è ora sotto indagine della Federal Trade Commission e sotto i riflettori di 37 procure statali per valutare violazioni nella gestione di dati degli utenti. Il Congresso prepara audizioni per il chief executive Mark Zuckerberg, scettico su riforme interne dell'azienda. Assieme a Facebook sono nel mirino altri colossi che usano e vendono informazioni personali a fini pubblicitari, per prodotti come per campagne politiche, da Twitter a Google, controllata di Alphabet. Un’iniziativa di legge, il bipartisan Honest Ads Act, imporrebbe trasparenza sull’origine delle inserzioni elettorali, alla pari delle pubblicità nei media tradizionali, sull’onda del caso delle manipolazioni di cui è stata accusata Mosca.

Ma le spinte a riforme e controlli vanno ben oltre. Società come Tesla sono indagate per incidenti fatali sulle vetture elettriche dotate di sistemi che l’azienda definisce di guida autonoma ma che sono in realtà di assistenza alla guida. Uber ha sospeso sperimentazioni in questo campo all’indomani di un’altra tragedia. E Nvidia ha interrotto test su chip per tecnologie driverless su strada.

Il fisco è diventato un’altra arma affilata nell’assedio ai giganti del Web - non solo in Europa dove la pressione è stata finora più alta. Città e stati americani hanno ormai varato normative che obbligano le società, da Uber a Airbnb, a rispettare imposte locali. E l’amministrazione Trump sta considerando, seppure abbia smentito interventi già pronti, revisioni al trattamento fiscale che prendano di mira il leader l’e-commerce di Amazon. «Pagano poche o niente tasse, abusano del sistema postale e causano il fallimento di migliaia di negozi al dettaglio», ha twittato Trump. Il gruppo non è oggi responsabile di raccogliere imposte locali di terzi che vendono sul suo sito.

Da tempo sono inoltre sotto i riflettori le condizioni di lavoro offerte da molti big del Web ormai divenuti grandi corporation, da Uber sempre ad Amazon, invocando miglior trattamento dei dipendenti e assunzioni regolari. Non mancano, infine, ipotesi di ricorrere a vere azioni antitrust nei confronti delle posizioni dominanti di Facebook, Alphabet e Amazon.

Il ruolo stesso che i gruppi tech e Internet hanno raggiunto, in Borsa oltre che nella società, fa intuire che non possano evitare contraccolpi. A febbraio erano un quarto dell’S&P 500 e i cinque maggiori titoli da soli sono oggi il 14 per cento. I cosiddetti Faang (Facebook, Amazon, Apple, Netflix e Google-Alphabet) in una decina di giorni di rovesci hanno bruciato 260 miliardi di market cap. E, mentre temono erosioni di business e reputazione, a Wall Street potrebbero essere costrette a fare i conti con le regole dell’economia reale oltre che con una nuova politica di regolamentazione: se l’espansione continuerà a far bene, potrà crescere la concorrenza tra gli investitori di aziende di settori ciclici.

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