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Rembrandt e Velázques: due grandi maestri a confronto

Fino al 19 gennaio 2020 la mostra è al Rijksmuseum

di Marina Mojana

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Jan Asselijn «The Threatened Swan» 1650 circa Amsterdam Rijksmuseum

Fino al 19 gennaio 2020 la mostra è al Rijksmuseum


3' di lettura

Quando vennero al mondo, i loro Paesi erano in guerra da trent'anni. Nel corso della loro vita non si incontrarono mai, ma il cruento conflitto tra Spagna e Olanda, durato dal 1568 al 1648, non impedì loro di eccellere nell'arte della pittura e di diventare i due campioni del Secolo d'Oro.

Raccontato in una spettacolare mostra in corso fino al 19 gennaio 2020 al Rijksmuseum di Amsterdam, il confronto immaginario Rembrandt – Velázques: Maestri olandesi e spagnoli è l'ultimo evento che chiude le celebrazioni per i trecentocinquant'anni anni dalla morte di Rembrandt van Rijn (1606 – 1669).

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Esposti sono una ventina di celebri dipinti del pittore olandese tra ritratti - soprattutto del figlio Tito - autoritratti e scene bibliche, messi accanto ad altrettanti capolavori di Diego Velázques (1599 - 1660). Allestiti a due a due, i quadri dello spagnolo e dell'olandese permettono al visitatore di cogliere affinità e differenze, non soltanto tra due artisti, ma tra due mondi.

L'idea geniale del curatore Gregor J.M. Weber, con Cees Nooteboom e Hans den Hartog Jager, infatti, non si limita a ipotizzare una competizione tra i due pesi massimi della pittura del Seicento.
Nello scontro di civiltà che di fatto insanguinò per ottant'anni i campi di battaglia di mezza Europa entrano in gioco i loro allievi, colleghi e rivali, dagli spagnoli Zurbaran, Murillo e Ribera, per citarne alcuni, ai maestri olandesi Vermeer, Jan Lievens e Frans Hals per ricordare i più famosi.

Francisco de Zurbarán «Agnus Dei» 1635-1640. Museo Nacional del Prado - Madrid

A sfidarsi con pennelli e colori sono due diverse filosofie di pensiero, all'opposto su tutto, dalla religione alla politica, dalla concezione dello Stato ai costumi sociali: la Spagna, cattolica e aristocratica, esalta mistici e poeti, sognatori e cavalieri; l'Olanda, borghese e protestante, diventa il rifugio di Ebrei erranti, la casa di filosofi poco ortodossi e il porto più battuto da esploratori e mercanti.

Considerato il Secolo d'Oro sia dei Paesi Bassi che della Spagna, il Seicento si rivela, dunque, un periodo di grandiose conquiste artistiche, oltre che di tensioni politiche che andavano delineando l'Europa degli Stati nazionali. Mentre le province settentrionali dell'ex monarchia asburgica, ribellatesi al dominio cattolico romano, cercavano di stabilire uno Stato protestante indipendente, che alla fine divenne la Repubblica olandese.

Realizzata in collaborazione con il Museo del Prado (che celebra i 200 anni dalla fondazione), la mostra presenta un centinaio di capolavori accostati a due a due in modo spesso sorprendente e arbitrario, in un gioco di somiglianze e differenze davvero emozionante, se si pensa che gli artisti spagnoli e olandesi, per via della guerra in corso e della difficoltà a viaggiare in tempi così perigliosi, si incontravano molto raramente. Le loro opere, tuttavia, circolarono sotto forma di incisioni, acqueforti, acquetinte, insieme alle loro idee.

Ogni coppia di quadri in mostra ha alle spalle una storia avvincente: può essere la fragile bellezza di un vaso di fiori, o il rustico riposo di una vecchia in cucina, ma l'accostamento può essere anche purovisibilista, dettato cioè da forme e colori come nel Martirio di San Serapio, dipinto da Zurbaran nel 1628, in dialogo con Il Cigno minacciato, 1650, di Jan Asselijn.

È, però, il confronto tra i due autoritratti di Rembrandt e Velázques, entrambi formidabili ritrattisti, a lasciare incantati: a sinistra c'è quello dello spagnolo, l'unico noto del 1640; a destra, datato 1654, uno degli oltre 80 che l'olandese realizzò nella sua vita.

Velázques, hidalgo alla corte di Filippo IV, figlio della Spagna cattolica, è conscio di appartenere alla storia della salvezza e ci guarda fiero della sua identità. Rembrandt, nelle grazie di banchieri e mercanti, si lascia piuttosto guardare, assorto in un racconto inquieto, dove credere o dubitare sono, in sostanza, un fatto privato.

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